Una vita per l’ideale anarchico
di Pippo Gurrieri

 

Lo scorso 15 dicembre è morto nella sua Ragusa Franco Leggio, noto militante ed editore.
Il mensile “Sicilia Libertaria” lo ricorda nel suo numero di gennaio con numerose testimonianze, tra cui questa di un compagno che gli è stato sempre vicino dai primi anni ’70.

 

Le macchine della Tipografia Moderna stavano stampando il numero di dicembre di “Sicilia libertaria” mentre, sul letto di una cameretta presso l’Opera pia di Ragusa Ibla, chiudeva gli occhi per sempre il compagno Franco Leggio. Era il 15 dicembre del 2006. Lo stesso giorno in cui, 37 anni prima, un altro compagno, Giuseppe Pinelli, veniva scaraventato dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana.
Con Franco se ne è andato non solo un pezzo di storia, ma anche un pezzo di tutti noi che gli siamo stati a fianco per brevi o lunghi periodi.
Proprio gli attentati di Piazza Fontana e la repressione verso il movimento anarchico avevano indotto Franco a ritornare definitivamente a Ragusa, dopo che per un ventennio, a causa dell’emigrazione, aveva risieduto fuori dalla Sicilia, pur senza abbandonare del tutto la sua presenza in città, dove faceva puntate sempre proficue e produttive di iniziative. Si era imposto l’obiettivo di rinforzare le radici dell’anarchismo nella sua terra, perché proprio il Sud, specie in quegli anni, era divenuto il serbatoio della reazione; i suoi figli migliori erano ancora costretti ad emigrare; e il vuoto di militanza si era fatto troppo profondo. Una scelta all’origine dell’avvicinamento di molti di noi, ragazzi delle medie superiori e apprendisti, all’anarchismo immedesimato da Franco, l’adulto dai capelli lunghi con le idee chiare sulla rivoluzione e la ribellione, il cinquantenne sempre circondato da giovani, che incarnava la certezza che la nostra non era certo una febbre giovanile passeggera.
Nello scorso giugno aveva subito una brutta caduta, probabilmente per un nuovo ictus; la sua condizione di salute già precaria sin da quel febbraio 1993 quando il suo fisico era stato messo a dura prova da alcuni ictus, ora ne usciva particolarmente compromessa. Quel residuo di autonomia, che in tutti questi anni gli aveva permesso di vivere da solo, accudito alcune ore di giorno; di venire in sede praticamente tutti e quattro i pomeriggi di apertura settimanale; di prendere parte a quasi tutte le iniziative degli anarchici di Ragusa; di trascorrere ore ed ore immerso nella lettura; di non perdersi nessuna spedizione di “Sicilia libertaria” nel piano ammezzato della sede, adesso era venuto a mancare. Ricoverato dapprima in ospedale, dopo era stato trasferito presso la struttura residenziale assistenziale dell’ospedale G. B. Odierna, tornando così nell’ex sanatorio ove era stato già ricoverato nel lontano 1944, causa la tubercolosi presa in guerra, e da dove usciva clandestinamente per preparare e condurre la rivolta dei primi di gennaio 1945 contro il richiamo alle armi. Ora, però, non aveva più voglia di leggere: attendeva solo l’uscita di “Sicilia libertaria”, raccomandandosi sempre che non mancasse la sua sottoscrizione. E se i compagni ed i figli insistevano perché riprendesse a leggere, in modo da occupare il tempo di una degenza che si sapeva, non avrebbe più potuto avere fine con il ritorno a casa, lui rispondeva sempre che preferiva pensare.
Alla fine di novembre, con la salute un tantino migliorata, era passato alla casa di riposo di Ragusa Ibla. Anche qui, seguito dai compagni e amorevolmente curato da assistenti e volontari. Verso l’8 di dicembre le sue condizioni sono cominciate ad apparire gravi. Soffriva molto. Si capiva che non avrebbe potuto farcela, e forse egli stesso preferiva così. Il 15 mattina, durante l’ulteriore tentativo di alimentarlo con vitamine liquide da parte di una delle compagne più care, si è spento.

 Lotte in miniera

Era diventato progressivamente anarchico verso la fine degli anni ’30. Nato nel ’21, non aveva potuto conoscere i movimenti politici rivoluzionari; ma lo spirito ribelle si manifestava ovunque, al lavoro, negli ambienti giovanili; degli anarchici venne a conoscenza nel ’37 leggendo un articolo denigratorio sul loro ruolo nella rivoluzione spagnola. Ne fu subito attirato. Con altri coetanei aveva già iniziato letture anticonformiste e piccole aggregazioni antifasciste clandestine. Il lavoro in miniera lo mise a contatto con la dura realtà operaia ragusana, e con individui refrattari al regime. Per sfuggire ai controlli polizieschi decise di arruolarsi in marina, dove trascorse gli anni della guerra tra punizioni e trasferimenti, fino al rientro a Ragusa per la tubercolosi.
Il movimento del “non si parte” lo vede tra i protagonisti assieme ai giovani libertari Pino Catanese e Mario Perna e a tanti altri proletari e donne che non accettarono la politica militarista del governo dell’Italia liberata e del guardasigilli Togliatti. I giovani libertari redigevano il foglio manoscritto “La scintilla darà la fiamma”, che circolava tra i minatori e incoraggiava alla ribellione. E quando l’insurrezione armata esplose, ne fece parte da protagonista, partecipando ad episodi coraggiosi; dopo la resa, mentre in provincia infuriava la repressione e l’esercito operava centinaia di arresti, riuscì a tornare al sanatorio dove degenti, medici e suore lo protessero, dichiarando che durante i fatti non si era mai allontanato. Nel mese di giugno, in seguito ad una spiata, viene arrestato per scontare 16 mesi: uscirà con l’amnistia di Togliatti.
In contatto con gli anarchici siciliani Fiorito di Catania, Consiglio di Siracusa, Pino di Barcellona, quindi Alticozzi di Modica, ed in seguito La Torre, Cerrito, Fradà di Messina, Schicchi di Palermo, dà vita con altri giovani al gruppo anarchico “La Fiaccola”. Sarà presto raggiunto da un’altra protagonista della rivolta contro la guerra, quella Maria Occhipinti che legherà il suo destino a lui e agli anarchici, e porterà l’entusiasmo di tante donne nella battaglia del gruppo ragusano contro l’oscurantismo religioso, i pregiudizi, l’oppressione e la povertà.
Sul finire dei quaranta ritorna a lavorare in miniera; con i giovani anarchici acquisisce un discreto consenso che permetterà nel ’49 alla lotta contro 200 licenziamenti di scavalcare continuamente la Camera del Lavoro ed il PCI promuovendo lo sciopero ad oltranza, l’occupazione degli stabilimenti e la loro autogestione: due mesi di intensissima lotta sociale che vede fronteggiarsi migliaia di minatori e le loro famiglie con centinaia di poliziotti e militari; in mezzo i burocrati riformisti che alla fine patteggiano 40 licenziamenti. Franco non è tra questi, ma verrà licenziato subito dopo per rappresaglia. Per un intero mese farà lo sciopero alla rovescia, continuando a recarsi al lavoro, fermato dai questurini, ostacolato, ed infine soggetto ad un allettante buonuscita di 70.000 lire che egli rifiuterà. Quindi l’emigrazione.
Parte con la famiglia alla volta di Napoli, dove farà i lavori più disparati. È in questo periodo che si separerà dalla moglie, indotta a battezzare i figli dalle pressioni familiari. Quindi sarà a Livorno e a Genova; collaborerà con gli anarchici pugliesi, darà vita a innumerevoli iniziative politiche ed editoriali, con particolare attenzione al Sud: “Conoscersi e comprendersi”; “Ribellione”, “L’Agitazione del Sud”, ma soprattutto si legherà ai guerriglieri anarchici spagnoli che proseguivano in clandestinità la lotta armata, fra questi in particolare Facerias; e con Cipriano Mera, il muratore “generale”, esule a Parigi. La solidarietà concreta con la lotta degli spagnoli vivrà momenti esaltanti anche in Italia, con azioni di sostegno e supporto condotte assieme a giovani anarchici milanesi, piemontesi; toscani e liguri. Quando nel luglio ’60 a Genova è rivolta, Franco c’è, con gli anarchici genovesi, ma già comincia a meditare di tornare a Ragusa, dove aveva mantenuto una presenza sia pure limitata, con la stampa di giornali e numeri unici, assieme agli anarchici modicani e ai pochi ragusani come Mario La Perla.
Nel movimento è un antiorganizzatore, ma sceglie di volta in volta con chi lavorare in base a correttezza, spirito critico, senso dell’azione. Sempre aperto verso il nuovo, è indotto a non temere i confusionismi giovanili, quanto piuttosto a confrontarvisi per farvi emergere quanto di libertario vi fosse: così i beat e i provos, gli hippies e gli stessi extraparlamentari lo interessano e incuriosiscono. La sua disinvoltura verso il confronto e il suo rigore morale, la sua intransigenza politica, la sua cultura e la sua intelligenza fanno sì che i giovani siano sempre attratti da lui.

 “Porcospini clerico fascisti”

Intanto rileva la collana Anteo, e fonda l’editrice la Fiaccola, con sede a Ragusa; la pubblicazione di testi anticlericali gli provocherà denunce, processi, sequestri e carcere: una iniziativa così coraggiosa negli anni sessanta non doveva avere vita facile. Ma Franco continuerà imperterrito, controbattendo colpo su colpo ai “porcospini clerico fascisti” come chiamava i giudici e tutti i reazionari. La Fiaccola affronterà venti e maree ma resisterà.
Col suo rientro definitivo a Ragusa, mentre nel mondo intero esplodeva la gioia della rivolta, si creano le basi per la nascita di un movimento anarchico giovanile. Franco è personaggio carismatico, affascinante, grande comunicatore. Si poneva con i giovanissimi senza alcuna tentazione moralistica; non creava distanze, anzi le accorciava. Questo veniva visto con diffidenza dai politici suoi coetanei della sinistra, che gridavano al plagio, allarmati per la quantità di ragazzi che lo frequentavano, che stavano al tavolo con lui al bar Mediterraneo. E, d’altra parte, per noi ragazzi, avere le idee di Franco era come un valore aggiunto, era l’orgoglio di una Storia che ci camminava a fianco, era il passato ed il futuro che gli altri non avevano.
Sono stati i dieci anni più belli della mia vita, e forse della vita di tanti altri. Gli anni della crescita, tra mille difficoltà adolescenziali, responsabilità politiche, affrontati sapendo che comunque c’era Franco, a darci sempre un consiglio, una mano; si prendeva persino le nostre denunce quando ancora eravamo troppo giovani. Anche quelli che transitavano dal gruppo non potevano fare a meno di restare legati a lui. Che intanto proseguiva l’attività editoriale; partiva per mesi lasciando sempre la porta di casa aperta per chiunque passasse; subiva infamanti denunce ed arresti; prendeva parte alle più importanti iniziative nazionali, dalle manifestazioni per Valpreda e per Marini, alle feste ed ai convegni, e contribuiva ad arricchire la nostra esperienza. Ragusa, al Sud del Sud, era meta di compagni di tutto il mondo che passavano a trovarlo: giapponesi, americani, inglesi, spagnoli, tedeschi, francesi e di ogni angolo d’Italia. Non avevamo certo bisogno di muoverci per conoscere il mondo.
Ci aveva provato a Catania, a promuovere una libreria, l’Underground, con i compagni etnei. Avevano poi fondato la rivista “Anarchismo”, di cui si era assunto la responsabilità editoriale, restandovi legato fino al 1978. Ripropose la libreria a Ragusa, e nacque la “Zuleima” nel 1978, un modo per combattere anche il riflusso che avanzava. La nascita di questo giornale si deve anche a lui, che ci ha incoraggiati a scrivere, a tenere duro, a riflettere; che ha contribuito allo sviluppo dei contenuti. Per anni il suo carattere è stato iniettato nelle pagine di “Sicilia libertaria” attraverso dibattiti, proposte, analisi, finché le energie glielo hanno permesso.
Poi venne l’epopea dei missili a Comiso. Ne fummo tutti travolti, e Franco più di tutti: dal 1981 alla fine degli anni ’80, mancò solo i sei mesi trascorsi al carcere di Ragusa dal febbraio all’agosto dell’83, per pagare il coraggio di avere solidarizzato con Giovanni Marini, sotto processo a Salerno e a Vallo della Lucania per l’omicidio di un fascista. Un arresto “pedagogico”, per “fare fuori” l’elemento più in vista, autorevole e oggettivamente pericoloso dell’opposizione alla costruenda base missilistica. E quell’assenza si vide e si sentì: eccome!
Nel 1986 la giustizia borghese non si capacitò della tenacia di questo anarchico nel tenerle testa. Nessun giudice era stato risparmiato dai suoi strali ad ogni denuncia seguita al caso Marini che gli era arrivata. Una catena di Sant’Antonio si era formata, composta da magistrati “vilipesi” dalle sue lettere. Fino a quando non decisero di sottoporlo a perizia psichiatrica. Una provocazione che non poteva passare e non passò: Franco li invitò a venire a stanarlo da casa sua coi carri armati; una solidarietà militante percorse tutta l’Italia. Nessuna perizia fu mai fatta: era fin troppo chiaro che l’unica pazzia di Franco era il suo essere anarchico, amante della libertà e fiero oppositore delle ingiustizie.

 Intensa personalità

Mi rendo conto che queste righe non riusciranno a dare conto sufficientemente di una vita così ricca spesa interamente per l’ideale anarchico. Mi consola il fatto che l’intensa personalità di Franco resterà impressa nei cuori di quanti lo hanno conosciuto, stimato, amato.
La salma è stata sistemata alla Società dei libertari, quella che era considerata la sua casa. Circondato da bandiere nere e rosso-nere, con una copia dell’ultimo “Sicilia libertaria” sotto il braccio, attorniata da fiori, avvolta nell’affetto dei compagni. Sono venuti in tanti, anarchici della provincia e della Sicilia, compagni della sinistra istituzionale e non, tanti ex che non lo hanno dimenticato, e poi vicini e parenti. Insieme lo abbiamo portato in corteo dalla sede fino a piazza S. Giovanni, nel luogo di tanti comizi e tante manifestazioni, dove un breve e strozzato discorso del sottoscritto lo ha salutato per l’ultima volta, tra le lacrime dei presenti, e le note di un’Addio Lugano bella che non avevamo la forza di cantare.
Il suo corpo è stato cremato giovedì 28 dicembre a Bari.

Pippo Gurrieri


Un punto di riferimento

Franco Leggio visto da
Patrizia “Pralina” Diamante

xxxGli occhi. Ciò che mi colpì subito in quell’uomo decisamente strano – strana la parlata, strana un’unghia lunghissima, strano e affascinante il volto con i baffoni e i capelli lunghi – fu subito la vivacità degli occhi, la loro espressività. Ero un ragazzino e spesso mi ritrovavo solo nell’assicurare l’apertura del circolo anarchico, quel “Ponte della Ghisolfa” sito in uno scantinato di un palazzone della periferia nord milanese, nel popolare quartiere milanese della Bovisa. Chiese se c’era Amedeo, gli risposi di no, se ne andò dicendo di dirgli che era passato Franco Leggio e che si sarebbe rifatto vivo.
Negli anni successivi avrei rivisto quell’uomo tante volte, a Gragnana alle feste di “Umanità Nova”, a Vallo della Lucania al processo Marini, in giro per l’Italia in tante manifestazioni. Era un militante attivissimo, voleva essere presente dove si lottava, dove c’erano le compagne e i compagni, la sua grande famiglia, il movimento.
Siculo, incazzoso, caliente, amava parlare, approfondire, discutere. Ma, cosa non molto comune, era anche capace di ascoltare. Ricordo un nostro dialogo, nello stadio rovente e semivuoto di Spezzano Albanese, in una torrida estate di tanti anni fa: dialogo lungo e teso, argomento la controversa figura di Gianfranco Bertoli. Parlammo per ore, le posizioni erano molto distanti, finì con un abbraccio. E la sensazione nettissima che quando c’è stima di fondo, e affetto tanto, la “compagneria” conta più del resto.
Pippo lo definisce “un antiorganizzatore” ma subito fa delle giuste precisazioni. Chi conosce un po’ il nostro movimento sa che la questione organizzativa è di quelle capaci di suscitare grandi contrasti: le relative definizioni vanno maneggiate con cura. Io penso che questo individuo, che da solo ha saputo concepire e portare avanti tante iniziative editoriali, con regolarità e per tanti anni, abbia contribuito a “tenere insieme” il movimento più di tanti convinti sostenitori, a parole, dell’organizzazione.
Dietro a quei suoi libricini anarchici, anticlericali, atei, ma anche ai classici dell’anarchismo, alle poesie, ai romanzi utopistici e alle decine di cose che ha pubblicato e contribuito a diffondere dentro e fuori gli ambienti libertari, c’erano la sua serietà militante, il vastissimo indirizzario di persone con cui spesso aveva un rapporto umano. Aveva un modo di lavorare tutto suo, quando usciva un nuovo prodotto non ti chiedeva nemmeno se lo volessi ricevere, te lo inviava stabilendo il numero di copie: sapeva che glieli avrebbero richiesti, così anticipava i tempi e velocizzava una rete estesa di spedizioni di cui si occupava personalmente – spesso con l’aiuto di altri compagni, ma comunque pronto a farsi carico da solo dell’intera fatica del suo impegno.
Franco era un punto di riferimento certo. Nella sua calda testimonianza, Pippo ci ricorda che cosa abbia rappresentato nella sua Ragusa, ai tempi delle lotte dei minatori nell’immediato dopoguerra così come nella ripresa anarchica in città a partire dagli anni Settanta. Con il suo intreccio inestricabile di rapporti umani e attività militante, Franco sarà stato certamente un antiorganizzatore (legato a quel filone fortemente radicato in Sicilia di cui era stato in qualche modo esponente storico Paolo Schicchi) ma a me piace ricordarlo come un grande organizzatore, una persona che ha saputo appunto organizzare una miriade di iniziative – non solo editoriali – contribuendo alla tenuta e in alcuni momenti al successo del nostro movimento.
In non poche occasioni mi ritrovai a pensarla diversamente da lui, anche molto diversamente. Era questione di idee, di valutazione sui metodi della lotta anarchica e a volte di linguaggio.
L’ho rivisto due volte dopo l’ictus che lo colpì nel 1993. Una prima volta poco dopo quel fatto, in occasione di una mia partecipazione al 1° maggio anarchico a Ragusa. Non riusciva a profferire parola, soffriva terribilmente. La seconda e ultima volta il 29 ottobre scorso, nell’ospedale di Ragusa dove sono andato a trovarlo con Aurora, accompagnati da Pippo.
Era sulla sedia a rotelle, minato nel fisico. Ci tenne la mano stringendola, pronunciò a fatica poche parole, ma erano parole dense di sentimento.
Mi rimangono impressi gli occhi, specchio di un animo puro, pulito dentro. Gli stessi che quasi quarant’anni fa mi avevano scrutato dentro e colpito.

Paolo Finzi

Ragusa, 1973. Franco Leggio (a sinistra) con
Enrico Arrigoni, autore (sotto lo pseudonimo di Brand)
di vari testi anticlericali e ateistici