CARLO CATTANEO

 

Notizie naturali e civili su la Lombardia

 



 

[da Notizie naturali e civili su la Lombardia, Tip. G. Bernardoni, Milano 1844, che si pubblic˛ in occasione del VI Congresso degli scienziati italiani tenuto a Milano nel 1844.]

 

AVVISO AL LETTORE

 

Gli studiosi delle scienze naturali, convenuti in Pisa nell'anno 1839, Ŕbbero in dono una descrizione ist˛rica e artýsttca di quella cittÓ e de' suoi contorni, che per avventura trovÓvasi publicata in quegli anni da un incisore, a corredo d'una sua raccolta di vedute.

Pel Congresso scientýfico di Torino parve il caso d'apprestare una sýmile operetta; e forse per darle pure alcun colore d'opportunitÓ, vi s'introdusse una notarella di f˛ssili e un catÓlogo di piante, con alcune righe su l'agricultura.

Il ripetuto esempio del volume donato prescrisse quasi un dovere alle cittÓ che dovŔvano acc˛gliere le successive adunanze. ľ A Firenze, di pi¨, si pose inanzi al volume una descrizione naturale della valle dell'Arno: nel che si ebbe forse l'Ónimo di far cosa particolarmente intesa a quell'˛rdine di persone che volŔvasi onorare. ľ I Padovani, con pi¨ cortese e savio consiglio, descrýssero agli ˛spiti le terre e le aque di tutta la loro provincia, e i vari aspetti che l'agricultura vi prende; e diŔdero loro in appendice la flora dei Colli Euganei. ľ Lucca non si cur˛ per veritÓ di piacere agli amatori della botÓnica e della geologýa, ma pur descrisse le diverse condizioni del suo territorio alla marina, alla pianura e al monte.

Se nelle sedi dei futuri Congressi prevalesse sempre l'esempio di PÓdova a quello di Pisa e di Torino, altri potrebbe forse pensare che il continuato circ¨ito di queste adunanze potesse d'anno in anno approssimarci a possedere infine un'accurata descrizione di tutta l'Italia. ľ Ma l'Agro Padovano non Ŕ vasto; il Lucchese, meno ancora. il Padovano Ŕ forse la 150a parte della terra d'Italia; il Lucchese, la 300a. E se d'anno in anno l'ospitalitÓ municipale non ci consente uno spazio di terra alquanto maggiore, codesta speranza della finale descrizione d'Italia discenderÓ in fedecommesso ai figli dei nostri figli.

Inoltre queste divisioni di paese cosý anguste e minute inv˛lgono troppe simiglianze e infinite ripetizioni. E poche sono poi le provincie che nel loro giro comprŔndano le precipue fonti delle loro condizioni naturali e civili, in modo che per darne ragionata contezza non si dŔbbano invÓdere ad ogni momento i confini delle terre circostanti.

Queste considerazioni destÓrono in alcuni studiosi di Milano il pensiero d'inoltrarsi d'un altro passo, come a Firenze si fece in paragone di Pisa, e a Padova in paragone di Firenze. In luogo di fare ogni anno qua e lÓ per l'Italia un volume su la centŔsima o la trecentŔsima partýcola del bel paese, parve convenisse prŔndere risolutamente un'intera regione, purchŔ potesse considerarsi sotto una certa unitÓ di concetto, la Venezia, a modo d'esempio, o la Toscana ľ ╚ il principio da cui mosse il nostro lavoro.

╚ questa adunque una raccolta di notizie su quella regione d'Italia, naturalmente e civilmente dalle altre distinta, a cui per singolari circostanze rimase circoscritto il nome giÓ sý vasto e variÓbile di Lombardýa. E intendemmo adombrarvi, quanto per noi si poteva, l'aspetto geol˛gico, il clima, le aque, la flora, la fÓuna, lo stato della popolazione e l'ordinamento sanitario, i diversi ˛rdini agrarj, il commercio, l'industria, il linguaggio, le orýgini prime e la successiva cultura. Ciascuna parte dell'˛pera venne conferita da persone specialmente dŔdite a quel gŔnere di studj. Aggiungeremo inoltre che il nostro libro, qualunque egli sia, non Ŕ fatto coi libri; le notizie geol˛giche hanno per corredo una speciale collezione di rocce e di f˛ssili; le notizie sul clima, e pi¨ ancora quelle sulle aque, compŔndiano alcune migliaja d'osservazioni, continuate per lunga serie d'anni; la nostra flora Ŕ tratta dagli erbarj raccolti di nostra mano dalle paludi del Mincio alla cima delle Alpi RŔtiche; la nostra fÓuna ann˛vera gli animali che ad uno ad uno possediamo.

Ma siccome codesti studj non Ŕrano certamente intrapresi nel mero prop˛sito d'un libro d'occasione, cosý non potŔvano facilmente accozzarsi in un compiuto e arm˛nico edificio; ma dovŔvano riescire piuttosto come pietre, che ognuno aveva scavate e dirozzate, e che ora stanno qui deposte l'una accanto dell'altra, materia prima d'una pi¨ vasta costruzione; intorno alla quale diremo quali sýano i nostri pensieri.

Noi vorremmo che, dietro l'esempio nostro, e con quei miglioramenti che il fatto venisse additando, in ogni regione d'Italia s'intraprendesse una sýmile raccolta di Notizie, le quali incominciate nella pr˛ssima occasione o nella remota aspettazione d'un Congresso scientifico, venýssero poi proseguite per Supplementi annui anche di minor mole, in modo che, avviato una volta il lavoro nelle sýngole parti d'Italia, ogni anno dovesse arrecarci da ciascuna di esse altretanti manýpoli di studiose fatiche. Le lacune del primo lavoro, anzichŔ difetto, sarŔbbero quasi addentellato che invita all'˛pera successiva. ľ Non Ŕ un libro, nŔ pi¨ d'un libro che noi vogliamo aggi¨ngere alla congerie scientýfica; ľ Ŕ un'istituzione che vorremmo fondare.

I fini suoi sarŔbbero grandi e molti. Recare alla scienza una perenne dote d'accurati e sicuri fatti ľ recare alle sýngole patrie municipali e alla patria commune quell'ýntima e verace cognizione di sŔ medŔsime, per la quale il p¨blico bene si pensa e si ˛pera entro i confini del possýbile e dell'opportuno, e senza mistura di mali; ľ aggi¨ngere a molti un impulso perpetuo al lavoro, coll'allettamento d'una vasta publicitÓ data al pi¨ minuto studio locale ľ indurre gli studiosi a riv˛lgere le loro fatiche a un oggetto determinato e arrivÓbile, non logorando l'ingegno in vasti e vani sforzi ľ risparmiare la ripetizione delle stesse fatiche in diversi luoghi, di modo che il gi˛vane, bramoso di farsi mŔrito, sappia sempre dove Ŕ un campo da coltivare e una lacuna da riŔmpiere ľ inf˛ndere agli studj nazionali quell'unitÓ e quell'efficacia che non deriva da výncoli importuni o sospetti, ma surge spontanea dalla natura stessa delle cose di fatto, le quali, essendo parti d'uno stesso ˛rdine universale, riŔscono spontaneamente coordinate e concordi.

Non Ŕ assurdo il pensare che in quel modo in cui l'istituzione dei Congressi scientýfici venne dalle altre nazioni alla nostra, cosý questa istituzione delle Raccolte perpetue possa da noi propagarsi alle altre nazioni. Se cosý fosse, e se in ogni distinta regione della Germania, della Francia, della Scandinavia, uno stuolo di studiosi intraprendesse una collezione ordinata sopra un medŔsimo disegno, e ognuna di queste nazioni offrisse annualmente il frutto di venti o trenta raccolte, ciascuna delle quali fosse fatta da venti o trenta speciali persone, Ŕ impossibile a dirsi qual tesoro di studj si potrebbe in breve tempo accumulare. Mentre nella pi¨ parte delle societÓ scientýfiche gli studiosi vanno a riposare ed oziare, agli onori di questa vasta ma lýbera collaborazione avrebbe parte solo chi fosse operoso, e a misura della sua operositÓ. Migliaja di studiosi, tranquillamente e senza alcun lontano o malagŔvole accordo, potrŔbbero dar mano a un edificio, la cui base sarebbe l'Europa.

Questo pensiero, che nella sua vastitÓ Ŕ pur tanto sŔmplice e fÓcile, dovrebbe raccomandarsi per sŔ medŔsimo di promotori e fondatori di codesta bella consuet¨dine delle annue adunanze; i quali non potranno dissimulare a sŔ medŔsimi che l'opinione publica non se ne mostra peranco sodisfatta; poichŔ vede grande e frondoso l'Órbore, e non conosce i frutti; epper˛ giustamente sospetta che la nuova istituzione non apra tanto un campo alle fatiche quanto un teatro alla inoperosa vanitÓ.

Per parte nostra, non ci faremo inanzi a prŔndere il posto dovuto ai migliori; ma procureremo di giustificare nella mente dei nostri concittadini la nuova istituzione, col provar loro che pu˛ Ŕssere veramente occasione di studj ¨tili e laboriosi. Dobbiamo aggi¨ngere che il nostro pensiero venne alquanto tardi; che trov˛ inaspettate contrarietÓ, che la cosa essendo nuova e indeterminata anche nella mente di quelli che pur volŔvano condurla a qualche effetto, doveva produrre molte esitanze; che ci fu necessario pur troppo d'accertar prima se l'opinione p¨blica avrebbe assecondato i nostri sforzi, poichŔ non era giusto che alla fatica si aggiungesse anche altro pi¨ materiale nostro sacrificio; e per tutte queste cose, solo alla metÓ dello scorso maggio fummo in grado di por mano alla stampa.

Nel coordinare i manoscritti si mir˛ principalmente a rim˛vere tutte le ripetizioni della medŔsima cosa sotto diversi capitoli, collocÓndola a preferenza in quello a cui la cosa pi¨ specialmente apparteneva. Ogni memoria venne ridutta alla pi¨ semplice espressione; e in ci˛, i collaboratori mostrÓrono la pi¨ generosa fiducia e compiacenza all'amico, al quale avevano commesso questo delicato incÓrico, persuasi che l'˛pera dovesse riescire, per quanto si poteva, una concisa e disadorna collezione di fatti.

Paghi del mŔrito d'aver dato l'esempio d'un'impresa che speriamo non finirÓ con noi, se i nostri successori con pi¨ bell'˛rdine e pi¨ profondi studj oscureranno questo dŔbole e frettoloso nostro lavoro, noi ci rallegreremo sempre nel vedere tanto pi¨ feconda la semente che avremo sparsa.

 

INTRODUZIONE

 

 

I.

 

Le Alpi RŔtiche, che divýdono la nostra valle adriÓtica da quelle dell'Inn e del Reno versanti a pi¨ lontani mari, sono un ammasso di rocce serpentinose e granýtiche, le quali emŔrsero squarciando e sollevando con iterate eruzioni il fondo del primiero ocŔano, in quelle remote etÓ geol˛giche, che sŔmbrano ancora un sogno dell'imaginazýone. ľ Fu quello il primo rudimento della terra d'Italia.

Gli antichi sedimenti del mare, parte s'inabissÓrono e conf¨sero in quelle vorÓgini roventi, aggiungendo mole a mole; parte riarsi e trasformati, ma pure serbando traccia delle native stratificazioni, copŔrsero i fianchi e i dorsi delle emersioni consolidate. Il t˛rbido mare accumul˛ successivamente altri dep˛siti, che si collocÓvano in giacitura orizontale presso ai sedimenti anteriori giÓ sollevati e contorti; e mano mano che la vasta ˛pera delle emersioni si andava inoltrando e dilatando, sollevati e raddrizzati anch'essi, si atteggiÓvano in tutte le discordi inclinazioni, che ci attŔstano la successiva serie di quei rivolgimenti. Nelle masse cosý deposte dominava, secondo la successiva natura delle aque, ora la sustanza silicea, ora l'argillosa cementata di poca calce, ora la calcare.

Cosý fu costrutta la trýplice regione dei nostri monti; nella quale i serpentini verdastri e negreggianti comp˛sero insieme ai graniti silicei la gran catena delle Alpi RŔtiche; le roccie trasformate e le arenarie rosse, rivestite al piede dalle ardesie, formÓrono, a guisa d'alto antemurale, la catena delle Prealpi Orobie; nelle cui propÓgini pi¨ meridionali i sedimenti calcari e dol˛mici costituýrono un altro ˛rdine di monti, d'altezza poco meno che alpina.

A perturbarne e rialzarne le estreme falde, sopravenne in era meno lontana una seconda serie di moti sotterranei, sýmili a quelli che avŔvano sollevato le interne regioni. E prod¨ssero quella interrotta zona d'emersioni pirossŔniche e porfýriche che, come pi¨ fl¨ide e meno silicee, sospýnsero a minore altezza le masse delle stratificazioni, fra le quali si apŔrsero il varco.

Nel corso dei sŔcoli le aque trav˛lsero per il declivio dei monti alle pr˛ssime parti del piano i frammenti delle varie rocce. A poco a poco si colm˛ il golfo che aveva deposto lo strato cretaceo, e che in mÓrgine a quello accumulava i varj conglomerati e le argille e marne subapennine. Le aque si ritrÓssero dall'altopiano; e lungo il cammino dell'¨ltimo loro soggiorno, il tardo osservatore raccolse interi schŔletri di balene e delfini, e gli ossami degli elefanti che vagavano per le circostanti maremme.

Le estreme convulsioni della volta terrestre sempre pi¨ s˛lida e potente, nel dar leva alle grandi moli dei monti calcari, prod¨ssero le profonde squarciature dei laghi; torturÓrono ed erŔssero le stratificazioni degli ýnfimi colli; e qua e lÓ sollevÓrono a mirÓbili altezze i frammenti errÓtici, sparsi sulle spalle dei minori monti.

Per ˛pera d'altre emersioni surgŔvano intanto a levante, a ponente, a mezzodý le terre della Venezia, della Liguria, del Piemonte. Il sublime arco delle Alpi era proteso fra i due golfi, che l'Apennino aveva poscia divisi, sollevando in pi¨ tarda etÓ le sue pendici ingombre dai sedimenti cretacei. Allora le onde del Mediterraneo non perc˛ssero pi¨ le falde delle nostre montagne; e la frapposta regione fu un'ampia valle, aperta all'oriente, e cinta di continui gioghi nelle altre parti.

Cosý Ŕrano preparati i lontani destini del p˛polo che doveva abitarla. ľ Le gŔlide Alpi la dividŔvano dalle terre boreali e occidentali; l'¨mile Apennino lig¨stico appena la dipartiva dalle riviere del Mediterraneo; il corso delle aque confluenti in poderoso fiume la collegava all'AdriÓtico; e ambo i mari la congiungŔvano alla bella penýsola che tŔngono in grembo. ľ Anche la nostra patria era Italia.

 

 

II.

 

Ma nel seno stesso della valle cisalpina, quella parte che noi descriviamo sortiva forme sue proprie, per le quali si distinse e dalla parte subapennina, e dalla Venezia, e dal Piemonte. La catena delle Alpi, partendo dal M. Stelvio, scorre a occidente fino al Gottardo; e quivi con s¨bito Óngolo si volge poco meno che a mezzodý fino al M. Rosa. Con altro simil Óngolo si dirama dallo Stelvio un'altra catena, che si spinge ben avanti nella pianura, separando dalla valle dell'Adige i nostri fiumi tributarj del Po. Laonde, se a ponente giganteggia il M. Rosa, a levante s¨rgono a pr˛ssima altezza il Cristallo e l'Adamo. Questa Catena Camonia non Ŕ alpe: non circonda l'Italia: solo divide l'interno e domŔstico dominio dei due primieri suoi fiumi: ma nella maggior sua mole Ŕ costrutta delle stesse emersioni serpentinose e granýtiche; ed Ŕ ammantata di larghi ghiacciaj, e cosý eccelsi, che, tranne il Monte Bianco e poche altre vette delle Alpi occidentali, ella oltrepassa tutte le altre sommitÓ dell'Europa. ľ Per tal modo, dalle Alpi Pennine alle Prealpi Camonie, un ampio semicerchio chiude a settentrione, e sŔpara dal dominio non solo dell'Inn e del Reno, ma della Sesia, del R˛dano e dell'Adige, quella parte della regione cisalpina onde il Ticino, l'Adda, l'Ollio e il Mincio discŔndono al Po.

 

 

III.

 

Una zona di grandi e profondi laghi, che forma corda all'arco delle suddescritte montagne, accoglie alle loro falde le piene precipitose, che i digeli e le piogge chiÓmano dalle riposte valli; e porge le aque rallentate e chiare ai successivi fiumi; le cui lýmpide correnti, quasi nulla apportando e sempre togliendo, potŔrono incavarsi il letto sotto al livello della pianura. E il mÓrgine estremo di questa, elevÓndosi alquanto anche su le pr˛ssime campagne, Ŕ durŔvole monumento delle alluvioni che quei fiumi diffondŔvano lungo le loro sponde, allorchŔ, scendendo da valli ancora senza lago, scorrŔvano t˛rbidi e superficiali, come vediamo i fiumi alpini del Piemonte e i torrenti dell'Apennino, che ing˛mbrano di continue ghiare il letto del Po.

BenchŔ codeste alluvioni fluviali ascŔndano a enorme congerie, pure da tempo immemorÓbile il gran fiume non elev˛ il suo letto, come fu sý communemente supposto e ripetuto. Le t˛rbide fiumane dell'Apennino arrývano in poco d'ora al Po; solo quando esse vanno giÓ declinando, si fanno minacciose le piene delle interne aque del Piemonte; ¨ltimi sopragi¨ngono il Ticino, il Mincio e gli altri nostri fiumi, rattenuti e riposati nei laghi; e corrodendo con aque pi¨ gonfie che t˛rbide le recenti alluvioni, le sospýngono a poco a poco per l'alveo del fiume a colmare le sue marine. ľ La stessa mirÓbile successione di movimenti che conserva stÓbile e lýbero il letto del Po, ne m˛dera eziandýo le aque; e anche solo a colmarne il vasto alveo si spŔndono giÓ parecchi giorni di piena impetuosa.

La geografýa dei fiumi, nascente ancora, si ristringe quasi solo a compararne le lunghezze, e a dir maggiore il fiume le cui fonti sono pi¨ lontane dalle foci e pi¨ spazioso il bacino, mentre anche per essi, come nei regni umani, la vastitÓ non Ŕ misura della potenza. Il corso del Reno Ŕ lungo il doppio di quello del Po, ma il volume d'aqua del fiume itÓlico s¨pera quello del Reno, anche dove il fiume germÓnico, raccolti tutti i suoi tributarj e non per anco diviso, spiega il sommo della sua pompa. ľ Ora, questo paragone dei fiumi simboleggia in breve f˛rmula tutte le circostanze fondamentali d'un paese.

Il corso continuo dell'Adda rappresenta uno strato aqueo, il quale coprisse a notŔvole altezza tutta la superficie del suo bacino; ma le aque che c˛lano annualmente nella Senna, diffuse su tutta la superficie del suo bacino, appena giungerŔbbero alla sŔttima parte di quell'altezza. Che avviene dunque delle piogge che discŔndono sotto quel cielo tanto men sereno del nostro? ľ Nel bacino della Senna cade veramente men aqua che fra noi; e cade poi dispersa in minute e frequenti pioggie, che anche nell'estate fanno tetro il cielo e fangosa la tetra, svaporando largamente prima di gi¨ngere al fiume, il quale appena riscuote dalla vasta campagna un terzo della pioggia che vi scende. Nella nostra valle, la stagione pi¨ piovosa Ŕ l'autunno; men piovosa Ŕ la primavera, meno ancora l'estate; anche nella parte pi¨ bassa e aquidosa della pianura, il sereno regna la metÓ dei giorni dell'anno; nella zona media, pi¨ della metÓ; sull'altopiano, pi¨ ancora; e il maggior n¨mero di questi lýmpidi giorni Ŕ nell'estate. Le aque scŔndono adunque in generose piogge; poca parte si sperde in vapori; il pi¨ scorre impetuoso ai fiumi; onde il Po riceve la maggior parte delle aque pioventi nel suo bacino, e l'Adda pi¨ ancora.

L'Adda non segue col suo deflusso l'andamento delle piogge, perchŔ queste prŔndono piuttosto forma di nevi, riservate ad alimentarla solo fra gli ardori della successiva estate; cosicchŔ, p˛vera nelle due stagioni piovose, si gonfia costantemente in giugno e luglio. Il Po, che aggiunge allo stillicidio delle Alpi il tributo meno glaciale degli Apennini, corrisponde all'andamento delle piogge, gonfiÓndosi in primavera e in autunno, e rallentÓndosi fra gli ardori dell'agosto. ľ Ma la Senna serba un tenore affatto inverso a quello dei nostri fiumi, poichŔ s'ingrossa solo nella stagione invernale; quindi nella Sciampagna e nell'Isola di Francia regna un ˛rdine fondamentale ben diverso da quello che vediamo nelle nostre pianure.

ColÓ l'agricultura Ŕ raccomandata alla frequente e parca aspŔrgine delle piogge estive, e poco potrÓ mai valersi delle aque fluviali, poichŔ vŔngono meno a misura che cresce il bisogno delle irrigazioni. Da noi l'estate Ŕ costante e Órida; e la pianura errÓtica e silicea potrebbe per sŔ inaridirsi, come le steppe del Volga, che pur giÓciono sotto questa medŔsima latit¨dine, se nei recessi della regione montana non avŔssimo il tesoro dei ghiacci e delle nevi, onde le vene dei fiumi si fanno pi¨ larghe col crŔscere dell'arsura. Ma poi le aque estive sarŔbbero un dono in¨tile, se accanto alle loro correnti non giacŔssero vaste campagne, atteggiate a mite e uniforme declivio, non formate di materie argillose e tenaci, ma sciolte e Óvide d'irrigazione; e infine sarŔbbero men preziose ed efficaci, se f˛ssero pi¨ frequenti e sparse le piogge, e meno assidua la luce del sole estivo.

Finalmente i laghi nostri non hanno solamente uno specchio di superficie senza profonditÓ, come il vasto BÓlaton; ma discŔndono sino a centinaja di metri sotto il livello del mare; e giacendo appiŔ d'alti e continui monti che devýano i venti boreali, e sull'orlo d'un piano che s'inclina alle tŔpide influenze dell'AdriÓtico, non gŔlano mai. L'interna circolazione, promossa d'inverno dalla specýfica gravitÓ degli strati pi¨ freddi, e rallentata nella stagione estiva dalla comparativa leggerezza degli strati pi¨ caldi, m˛dera talmente la loro temperie, che a mediocre profonditÓ si serba perenne e immutÓbile. Queste masse d'aqua, incassate lungo il mÓrgine superiore d'una landa uniforme di materie errÓtiche e incoerenti, non solo si eff˛ndono in fiumi, ma sŔmbrano penetrare interne e sotterranee, stendendo fra le alterne ghiare quegli strati aquei, che le annue nevi e piogge rŔndono pi¨ o meno copiosi, e che per la successiva inclinazione del piano si fanno sempre pi¨ pr˛ssimi alla superficie. E forse nei primitivi tempi, quando l'arte non li esauriva avidamente a sussidio dell'agricultura, riempiŔvano di limpidi stagni le pianure, non ancora spianate da secolari fatiche. Era questa dunque in orýgine una larga zona di terre palustri, non per impedimento recato da suolo argýlloso o c˛ncavo al corso d'aque fluviali, ma per inesÓusto afflusso d'interne vene, che, sgorgando dalla profonda terra, non risŔntono i geli del verno, se non dopo lungo soggiorno sulle aperte campagne.

Per tal modo le alpi eccelse e gli abissi dei laghi, i fiumi incassati e l'uniforme pianura silicea, le correnti sotterranee e le aque tŔpide nel verno, gli aquiloni intercetti e le influenze marine, le generose piogge e l'estate l¨cida e serena, Ŕrano come le parti d'una vasta mÓchina agraria, alla quale mancava solo un p˛polo, che compiendo il voto della natura, ordinasse gli sparsi elementi a un perseverante pensiero. Altre mirÓbili attit¨dini delle terre, delle aque e del cielo si collegÓvano a preparare le riviere del Benaco a un p˛polo di giardinieri, che le abbellisse d'olivi e di cedri; e chiamava un p˛polo di vignajuoli a tender di viti le balze su cui pŔndono i ghiacci della Rezia. Il progresso dell'incivilimento dimostrerÓ con fatto posteriore, che in ogni regione del globo giÓciono cosý predisposti gli elementi di qualche gran compÓgine, che attende solo il soffio dell'intelligenza nazionale. Da ben poche generazioni si accorse il p˛polo britÓnnico di vivere in mezzo ai mari chiamato dalla natura a navigarli vastamente, e d'aver sotto i piedi i sotterranei tesori della forza motrice. ľ PerlochŔ pu˛ forse avvenire che pi¨ d'un p˛polo che largheggia con noi di superbi vaniloquj, non abbia per avventura inteso ancora il verbo de' suoi proprj destini.

 

 

IV.

 

I primi u˛mini che si spÓrsero per questa terra transpadana, vi si avvŔnnero in due ben dissýmili regioni di pari ampiezza, l'una montuosa, l'altra campestre. Le Alpi sublimi, nevose, inaccesse, abbracciÓvano un labirinto d'altre catene di poco minore altit¨dine ed asprezza, entro cui stÓvano alte e rec˛ndite valli, fra loro disparate, chiuse al piede da laghi o da passi angusti, che nei tempi primitivi, quando non v'era arte di capitani, opponŔvano impenetrÓbile serraglio alle orde vaganti. ľ La regione campestre, Órida e sassosa nella parte superiore, pi¨ sotto era piena di scaturýgini e di ghiare aquidose, interrotta da dorsi di bosco, asciutta ed aprica lungo gli alti greti dei maggiori fiumi, ma in preda alle lýbere inondazioni nelle basse rŔgone, e fra le curve dei loro serpeggiamenti.

Come vediamo tuttavýa nelle sparse reliquie della vegetazione virgýnea, surgŔvano nude le vette alpine, ammantati di pÓscoli naturali i larghi dorsi della regione calcare, irte di selve conýfere le somme pendici, pi¨ sotto frondose di faggi e di betule, poi di quercie, d'Óceri e d'olmi, che ampiamente scendendo unývano i monti ai colli e all'altipiano, vestito d'Ŕriche e sparso di rara selva. La campagna uliginosa e le pingui golene dei fiumi dovŔvano esser dense di sÓlici e d'alni; lungo le tŔpide scaturýgini delle correnti sotterranee, doveva qua e lÓ verdeggiare, e fors'anche nel verno, qualche spontaneo lembo di prato. Ma sui clivi eretti al vivo sole, sulle miti riviere dei laghi ignare quasi di nebbie e di geli, fra le suavitÓ d'una flora naturalmente australe, poteva facilmente mitigarsi anche la fiera vita del selvaggio. ľ Folte turme di cervi, d'uri e d'alci dovŔvano pÓscere la pianura, lungo i plÓcidi stagni ai quali il castoro lasci˛ il nome di BŔvera e Beverara; le generazioni, ora fra noi quasi estinte, de' dÓini e de' camosci dovŔvano animare il silenzio dei recessi montani. Ma solo l'amor della caccia, o il timore dei nemici, poteva incalzare le prime trib¨ di rupe in rupe sino a piŔ di quegli ˛rridi precipizj, ove le vallanghe e la tormenta e il notturno rintrono de' ghiacciaj atterrývano le menti superstiziose, e dove il forte alpigiano, che ha cuore d'inseguir veloce le pedate dell'orso, anche oggidý non sa, in faccia alla taciturna natura, difŔndersi da quella tetra e arcana ansietÓ ch'egli chiama il solengo.

 

 

V.

 

Chi f¨rono i primi abitatori dell'Insubria?

╚ vano il crŔdere che l'Europa ne' suoi sŔcoli selvaggi fosse altrimenti dalle terre che tali rimÓngono fino ai nostri giorni. L'EuropŔo trov˛ l'AmŔrica e l'Australia in quello stato in cui pare che l'AsiÓtico trovasse l'Europa. Qui pure, prima delle grandi nazioni dovŔvano Ŕssere i pýccoli p˛poli, e prima dei p˛poli le divise trib¨. E ogni trib¨, che abitava una valle appartata e una landa cinta di paludi e interrotta di fiumi, ebbe a vývere primamente solitaria di lingua e di costume, nell'angusto cerchio che le segnÓvano intorno le trib¨ nemiche. L'indagare a quale appartenesse delle grandi nazioni che si sv˛lsero poi nel seno dei sŔcoli e delle lente preparazioni ist˛riche, Ŕ prop˛sito falso e inverso; Ŕ come investigare da qual fiume derývino i ruscelli, che al contrario cÓdono dai monti a nutrire i fiumi. Quindi sarebbe tempo ora mai, che non si andasse fantasticando se provŔnnero dai Celti, o dagli Illirj, o dai Traci quelle primitive genti, le quali f¨rono lungo tempo avanti che l'incivilimento orientale, penetrando colle sue colonie, coi sacerdozj, coi commercj, colle armi della conquista e colle miserie degli esilj e della servit¨, propagasse lungo tutti i mari e i fiumi d'Europa quell'arcana unitÓ linguistica, che con meraviglia nostra ci annoda all'India e alla Persia; la quale, con inferiori ˛rdini d'unitÓ sempre pi¨ divergenti, costituý nel corso del tempo ci˛ che noi chiamiamo la stirpe cŔltica, la germÓnica, la slava. Se v'Ŕ in Europa un elemento uniforme, il quale certo ebbe radice nell'Asia, madre antica dei sacerdozj, degli imperj, delle scritture e delle arti, v'ha pur anco un elemento vario; e costituisce il principio delle singole nazionalitÓ; e rappresenta ci˛ che i p˛poli indýgeni ritŔnnero di sŔ medŔsimi, anche nell'aggregarsi e conformarsi ai centri civili, disseminati dall'asiÓtica influenza. Le varie combinazioni fra l'avventizia unitÓ e la varietÓ nativa si sv˛lsero sulla terra d'Europa; non approdÓrono giÓ compiute dall'Asia. Le grandi lingue si dilÓtano in ampiezza sempre maggiore di paese; e danno a p˛poli di diversa e spesso inimica orýgine il mendace aspetto d'una discendenza commune. La Francia, terra pur d'unitÓ e di centralitÓ quant'altra mai, non cancell˛ ancora nel suo seno le vestigia delle quattro lingue che CŔsare vi udý tra l'Adour e il Reno, ciascuna delle quali aveva giÓ forse sommerse e spente pi¨ favelle di primigenie trib¨. In Haiti, la favella dei Bianchi e il volto dei Neri dim˛strano quanto sia grande il moderno errore di classare le stirpi per lingue. In Germania sono evidenti reliquie di Celti, di Lettj, di Slavi; la Germania non pu˛ spiegare, con ci˛ ch'ella crede sua prisca lingua, i nomi de' suoi fiumi, e rare volte quello delle sue pi¨ illustri cittÓ. Quanto pi¨ si risale la corrente del tempo, ogni nazionalitÓ si risolve ne' suoi nativi elementi; e rimosso tuttoci˛ che vi Ŕ d'uniforme, cioŔ di straniero e fattizio, i fiochi dialetti si ravvývano in lingue assolute e indipendenti, quali f¨rono nelle native condizioni del genere umano.

 

 

VI.

 

Tutti gli scrittori, mentre pÓrlano di colonie approdate in Italia dall'Oriente, e di trib¨ venturiere discese tratto tratto dalle Alpi, dýcono pur sempre che l'Italia ebbe pi¨ antichi abitatori. E per dinotare che parlÓvano lingue proprie, e non riferývano l'orýgine ad alcuna delle grandi nazioni allora fiorenti o fiorite prima, li dissero aborýgeni (ItaliŠ cultores primi aborigenes fuere. Just.); li dýssero abitatori di monti, frugali, forti, agresti, duri all'armi, duri come le r˛veri delle selve native (durum in armis genus. Liv.; ľ duro de robore nati. Virg.). NŔ quelle stirpi f¨rono mai spente, nŔ cacciate altrove; e pi¨ volte ristaurÓrono la popolazione del paese aperto, esterminata da rÓpide calamitÓ. E tuttavýa le vediamo discŔndere ogni anno ad assýsterla nelle fatiche dei campi, e tenerla a n¨mero nelle arti delle cittÓ; ľ fondamento e nervo della nazione; ľ principio sempre redivivo di quella varietÓ d'ýndole e d'ingegno, che ammiriamo nei sýngoli p˛poli d'Italia, e che alcuni vanamente depl˛rano. Codesta progenie fu la materia prima, che l'influenza orientale impront˛ solo della sua forma.

 

 

VII.

 

Le rive del Po Ŕrano note ai navigatori fin da quei tempi in cui prŔsero forma le poŔtiche legende della fÓvola greca; e pare che sotto il nome d'Erýdano fosse uno dei fiumi di quell'angusto orbe che la poesýa popol˛ de' suoi sogni. Ivi presso era approdato AntŔnore, fuggendo l'Asia desolata; qui le Elýadi si Ŕrano consunte in lÓcrime; qui la tradita Manto celava il suo nato nell'ýsola del lago etrusco; qui Cigno regnava sul fiume dei Lýguri; qui Ercole, il sýmbolo della potenza fenicia, nella sua via verso occidente, aveva incontrato "nella terra palustre (x ă r o w m a l y a k ˝ w ) sparsa di sassi caduti dal cielo, l'esŔrcito impertŔrrito dei Lýguri, contro cui gli era vano il valore e l'arco" (Eschilo ap. Str.); questa era la terra dove i Greci comprÓvano l'elettro del BÓltico, e i cavalli che dovŔvano výncere le palme d'Olimpia. ľ Per tal modo il nome della nostra patria s'intesse ai primordj dell'arti belle ed ai sýmboli dell'intelligenza nascente.

Quegli antichi Orobj, Leponti, Isarci, Vennj, Camuni. Trumplini, che si ascrývono alle nostre valli, sono ombre senza persona; gli scrittori nulla aggi¨nsero al nudo nome. Dissero solo che avŔvano fondato la cittÓ di Barra, madre di Como e BŔrgamo e da lungo tempo perita. Forse era all'uso itÓlico sovra ameni colli, presso Baravico e Bartesate, appiŔ del Monte Baro, tra l'Adda e il Lago Eupili; e la prisca Como era forse intorno al poggio del Baradello; e BŔrgamo, pur sovra un colle, se non trasse il nome dalla madre patria, lo trasse forse da quel Dio BŔrgimo, al quale nelle sue valli si p˛sero tante iscrizioni votive. Ma quali pur si f˛ssero quelle vetuste genti, giova notare, con quali p˛poli si p˛sero in successiva ýntima connessione, nel trapasso che fŔcero dallo stato d'isolate trib¨ a quella vasta orditura di cose, che le rese membra d'una gloriosa nazione. Solo dopochŔ sýasi annoverato quanto in esse penetr˛ d'adottivo e straniero, potrÓ forse per eliminazione chiarirsi in qualche modo ci˛ che vi rimase di proprio e di nativo.

 

 

VIII.

 

Abbiamo giÓ visto come il nome dei lýguri si nasconda nella notte dei tempi. Quei poggi dell'Apennino lýgure, che noi chiamiamo la Collina, si strýngono ben presso la riva del Po, contro la foce della nostra Olona; ambo le rive del Ticino Ŕrano popolate ab antico da un p˛polo lýgure (antiquam gentem LŠvos Ligures incolentes circa Ticinum amnem. Liv.); antica stirpe lýgure si dýssero i Taurini e gli altri Piemontesi (In alterÔ parte montanorum... Taurini ligustica gens aliique Ligures. Strab.); il nome dei Liguri nei Fasti consolari si stende fino ai p˛poli del lago d'Idro (Liguribus Stonis); si stende nelle valli del Taro e della Scultenna, lungo il confine toscano; in una parola, pare diff˛ndersi dapprima in tutta la valle del Po, il cui pi¨ antico nome (Bodinco) Ŕ nella lingua dei Lýguri, e a poco a poco ristrýngersi all'Apennino, come di popolo che da vaghe conquiste si raccolga per infortunio di guerra all'asilo nativo. Perci˛ non diremo che gli aborýgeni dell'Apennino e delle Alpi f˛ssero d'un'¨nica stirpe o d'un'¨nica lingua; questo nome poteva indicare un nodo posteriore di religione, di conquista o di federazione; poteva aver cominciato da loro; poteva aver cominciato da noi. Un decreto del Senato Romano, scritto 117 anni avanti l'era nostra, nel comporre una controversia di confini nella Liguria, annovera certi fiumi, che sŔmbrano nella stessa lingua in cui sono molti nomi di luoghi del nostro paese: (fluvius Neviasca, Veraglasca, Tutelasca, Venelasca). Poco sappiamo di quelle antiche genti, non illustri in arti e in lŔttere; ma pare che avŔssero lontane relazioni nell'Iberia e con varj luoghi del Mediterraneo; pare che sin d'allora coltivÓssero a ronchi le pendici dei monti, che munýssero di mura le loro castella, in ci˛ mostrÓndosi al tutto diversi dai Germani e dai Celti. Erano robusti, onde si diceva che grÓcile Lýgure valeva pi¨ che fortýssimo Gallo; erano valenti frombolieri; portavano scudi di rame; onde alcuni li giudicÓrono Greci (Quia Šreis scutis utuntur GrŠcos eos esse ratiocinantur. Strab.); onorÓvano un Dio Pennino, e gli intitolÓvano i pi¨ alti monti; ma questo nume era commune ai popoli cŔltici, come il Dio Camulo e il Dio BŔrgimo, il Dio Tillino e il Dio Nottulio; commune coi Celti era in alcuni di loro il costume dei lunghi capelli (Ligures capillati); Walckenaer nota una naturale loro alleanza con quelle nazioni. E finalmente i dialetti della Liguria vivente hanno la proprietÓ commune ai nostri dialetti e ai piemontesi, e a nessun altro d'Italia, dei due suoni gÓllici dell'u e dell'ťu. ľ Diremo adunque che il pi¨ antico výncolo di lingua e di costumi fu tra il nostro paese e la Liguria; e che sembra giÓ inv˛lgere un pi¨ lontano nodo coi Celti.

Se verso il Ticino i nostri aborýgeni si collegÓvano ai Lýguri, verso le valli dell'Ollio e dell'Adige, il nome degli Orobj trapassava confusamente in quello degli euganei, gente antica (prŠstantes genere Euganeos. Plin.), fondatrice di molte pýccole cittÓ (quorum oppida xxxiv enumerat Cato. Plin.), e aveva tutto il paese che si stende fino al mare.

Lungo il basso Po fiorývano anche gli umbri, aborýgeni pure, e tenuti i pi¨ antichi d'Italia (Umbrorum gens antiquissima ItaliŠ. Plin.); e avevano empito di cittÓ (trecenta eorum oppida. Plin.) le valli del Tebro, e i gioghi dell'Apennino, e la marina ove discende il Po, sino al Monte Gargano. ╚bbero arti e lŔttere e monumenti; e l'ýndole loro era tale che potŔrono intrinsecarsi coi p˛poli d'ambo le estremitÓ d'Italia; onde ad alcuni pÓrvero congŔneri ai Latini ed agli Etruschi, ad altri pÓrvero Pelasghi, ad altri Galli, non ostante l'uso non gÓllico di murare le cittÓ mýnime; e si volle che ne venisse ai p˛poli della nostra pianura il nome d'Isombri o di Symbri, dato dai Greci, non per˛ dagli Italiani, agli Ins¨bri. Ma questi scrittori, fra i quali Amedeo Thierry, non conoscŔvano quella radicale differenza di dialetti che distingue l'Umbria Tiberina dalla Marýtima; nella quale soltanto, e per posteriore influenza dei Senoni, rimÓsero vestigia di Celti. Onde se uno scrittore antico, ripetuto poi da tutti, li disse propÓgine di Galli, dinot˛ forse solo il nesso loro coi p˛poli dell'alta Italia.

Ma i veneti approdati dall'Asia si Ŕrano annidati nei porti della Laguna. AvŔvano lingua propria (sermone diverso utentes. Polyb.); e questa, nel trasmutarsi in dialetto latino, conserv˛ quella mýnima varietÓ e somma dolcezza d'articolazioni, per cui fa quasi un'isola linguistica fra gli aspri dialetti che si pÓrlano lungo il semicerchio delle Alpi. Il che palesa assurda l'opinione che i VŔneti f˛ssero un ramo divelto dall'Órbore slavo (ein abgerissener Zweig der grossen Volkstammes der Slawen. Mannert); poichŔ la stirpe slava, al contrario, spiega in tutte le sue favelle la mÓssima attit¨dine a moltiplicare e variare i suoi orali, sicchŔ si potrebbe ben appellarla, fra tutte, la nazione pronunciatrice.

Una colonia orientale, sotto il nome di pelasghi approdata alle foci del Po, vi aveva fondato Spina; poi si era insinuata fra gli Umbri; e quindi per tutta l'Italia meridionale, propagando istituzioni religiose e civili, e stringendo forse quel nesso linguistico che congiunge il latino al greco, ed entrambo alle riposte orýgini indo-perse.

 

 

IX.

 

Gli etruschi, le cui memorie cominciÓvano milleducento anni avanti l'era nostra, si dicŔvano venuti dalla Lidia; ma Dionisio, nato in quelle parti, li giudic˛ diversi da qualunque altra gente per lingua e costume. Onde, forse non venne dall'Asia il p˛polo etrusco, ma solo il consorzio sacerdotale, che ammaestr˛ le ingegnose trib¨ aborýgene, e pieg˛ ad uso loro le forme indubiamente orientali della scrittura etrusca, lasciando sopravývere dei costumi nativi tuttoci˛ che non ripugnava alle grandi iniziazioni sociali. Compiuto l'ordinamento delle d˛dici rep¨bliche di Toscana, la lega etrusca, progressiva allora come vediamo oggidý le nazioni che riŔmpiono di loro colonie l'AmŔrica e l'Africa, spinse le armi al di qua dell'Apennino fino all'Adige e alle Alpi, fondando altre d˛dici cittÓ. ľ Ma se ci˛ Ŕ vero, non si pu˛ spiegare come la terra toscana dischiuda tanto tesoro di sculture, di pitture e d'iscrizioni, e nulla di ci˛ si scopra fra noi. Forse il dominio etrusco fu qui poco pi¨ che mercantile e fluviale; onde Adria, ýsola delle lagune e cittÓ pi¨ marina che terrestre, ha bensý qualche reliquia di vera cittÓ etrusca; ma MÓntova e FŔlsina e le altre, per opposizione degli aborýgeni o per altrui rivalitÓ, non vŔnnero a quella cultura ed eleganza onde fiorýrono le interne sedi della toscana potenza. E in vero, pare istoria di rivalitÓ moderne quella ove leggiamo: "E se l'un p˛polo (l'etrusco) tentava spedizioni verso qualche gente, l'altro (l'umbro) si studiava impedirla; onde avvenne che i Tirreni avendo mandato un esŔrcito contro i BÓrbari litorani del Po, e avendo vinto, e dopo essŔndosi nell'abondanza rilassati, gli Umbri li assalýrono. Dal che avvenne che in quei luoghi si stabilýrono colonie tirrene ed umbre, delle quali maggiori f¨rono le umbre, per la vicinanza maggiore di questi p˛poli".

Niebuhr, nel derivare il p˛polo toscano dalle Alpi, non osserv˛ che i monti, su cui la lega etrusca pose le sue mura suntuose (jugis insedit etruscis, Virg.), hanno mediocre altezza, e i loro continui gioghi fanno quasi un'alta via tra valle e valle. Al contrario i nostri monti prealpini hanno cime alte, fredde, inabitÓbili, che divýdono le terre e non le collŔgano; e le valli appartate, anguste, non consŔntono grandi aggregazioni di p˛poli, e molto meno in tempi senz'agricultura e commercio. Non sono questi i luoghi ove le menti potŔvano avvicinarsi e scaldarsi, e inventar leggi senza esempio e arti senza modello, cosý lungi dal mare e dalle vie degli altri p˛poli civili. Se anche fosse vero che gli Etruschi f˛ssero venuti dai nostri monti, il che non Ŕ avvalorato da monumento alcuno, nŔ dall'aspetto e dall'ýndole dei p˛poli, nŔ dal testimonio delle lingue, ancora sarebbe solo una materiale derivazione dei corpi, e non delle idŔe, delle leggi, della societÓ; ossýa di ci˛ appunto che giova sapere.

Ma da qualunque punto si fosse mossa, codesta lega anseÓtica dell'evo antico teneva tutti i punti dell'Italia e delle ýsole, e involgeva co' suoi commercj, co' suoi riti, col suo diritto delle genti le trib¨ aborýgene, in tempi anteriori all'era ýtalo-greca. Anzi pare che intraprendesse grandi ˛pere alle foci del Po, e costruisse i primi Órgini sulle sue rive.

 

 

X.

 

La civiltÓ era dunque surta per noi tremila anni sono, fra il commercio dei Liguri, deli Umbri, dei Pelasghi, degli Etruschi. L'arte di murare, ignota allora oltralpe, la pittura, la modellatura, l'uso di convývere nelle cittÓ con gentili costumi e pompe eleganti e spettÓcoli ingegnosi, di contrasegnare con monumenti le vicende della vita p¨blica e privata, di decorare con veste religiosa i provedimenti intesi al progresso dei p˛poli, avrŔbbero in poche generazioni elevato a quasi moderna cultura il nostro paese; e la navigazione tirrena l'avrebbe congiunto a tutte le genti civili. La cultura del frumento era diffusa tra noi col culto di Saturno; i colli Ŕrano adorni di viti; e giÓ il commercio recava ai bÓrbari d'oltremonte questi dolci frutti della civiltÓ. Ben altra sarebbe l'istoria d'Europa, e tanti sŔcoli non sarebbero trascorsi stŔrili e ciechi alle genti del settentrione, se gli Etruschi avŔssero propagate sin d'allora lungo il Reno e il Danubio quel loro vivajo di cittÓ, generatrici di cittÓ. Il principio etrusco era diverso dal romano, perchŔ federativo e moltýplice poteva ammansare la barbarie senza estýnguere l'indipendenza; e non tendeva a ingigantire un'¨nica cittÓ, che il suo stesso incremento doveva snaturare, e render sede materiale d'un dominio senza nazionalitÓ.

 

 

XI.

 

╚rano giÓ corsi seicento anni dai primordj dell'era etrusca, e mancÓvano ancora altretanti ai primordj dell'era cristiana, quando una grave e durŔvole calamitÓ ferm˛ il corso del nostro incivilimento, e differý di quattro sŔcoli lo sviluppo dell'intelligenza umana fra noi. Prima che la consuet¨dine colle cittÓ etrusche avesse terminato d'ingentilire i circostanti aborýgeni, cominci˛ ad inoltrarsi fra noi un altro principio sacerdotale, che dalle arcane sue sedi nell'Arm˛rica e nelle Isole BritÓnniche dominava vastamente una famiglia di nazioni, varie di lingue e d'orýgine, ma tutte simili nell'inculto costume, e comprese dagli antichi sotto il nome di Celti.

I Dr¨idi non ergŔvano, come gli Etruschi, i loro altari in suntuosi recinti di cittÓ consacrate, ma nei recessi di vietate selve; e non volgŔvano la religione a sollievo ed ammaestramento della vita, ma col terrore di secrete dottrine tramandate da bocca a bocca, e con riti crudeli, incatenÓvano i p˛poli a una prima forma d'improgressiva civiltÓ. ImmolÓvano výttime umane; ora ardendo vivi i proscritti e i prigionieri entro masse di fieno e di legna, disposte a qualche forma di simulacri colossali (fťni colosso... defixo ligno. Strab.), ora consegnÓndoli a furibonde sacerdotesse, che li scannÓvano sopra certe caldaie di rame, e ne raccogliŔvano in nefande pÓtere il sangue. Altre maghe, tutte dipinte di nero, scapigliate, nude, con faci in mano, celebrÓvano riti notturni; altre, che si chiamavano le Sene, facŔvano vita solitaria sugli scogli del mare, pronunciando nel furore delle tempeste temuti orÓcoli. Le vite si redimŔvano col sacrificio d'altre vite; e i Dr¨idi ne facŔvano mercato coi guerrieri arricchiti dalla vittoria; onde nelle selve sacre si accumulÓvano grandi tesori, che giacŔvano all'aperto custoditi dal terrore del luogo o sommersi nelle temute aque dei sacri stagni (Ą n e r a Ţ w l m n a i w . Strab.). Tutta la dottrina druýdica instillava il disprezzo della morte; e teneva le menti cosý fisse nel pensiero d'un'altra vita in tutto sýmile alla terrena, che alcuni dÓvano a prŔstito, con patto d'Ŕssere pagati nell'altro mondo. Alla morte dei capitani si abbruciÓvano col cadÓvere i cavalli; e talora i seguaci prediletti (servi et clientes quos ab iis dilectos esse constabat, unÔ cremabantur. CŠs.); talora le spose, per affettato sospetto di veleno. Ne tenŔvano anche pi¨ d'una; e avŔvano sovr'esse e sulla prole diritto di vita e di morte (In uxores... in liberos vitŠ necisque... potestatem. CŠs.), e per provare la loro fedeltÓ, i gelosi e fanÓtici guerrieri talora legÓvano l'infante a una tÓvola, e lo gettÓvano tra i gorghi d'un fiume; e se periva, lo avŔvano per giudizio divino di non legýtima origine, e pugnalÓvano la novella madre; la quale giaceva, durante la stolta prova, nella pi¨ tremenda angoscia. Il padre non si curava altrimenti dei figli, nŔ si degnava ammŔtterli al suo cospetto, finchŔ non avŔssero etÓ da comparirgli inanzi armati; onde era quello un vývere senza alcuna domŔstica dolcezza.

I combattenti decapitÓvano sul campo i nemici caduti, e ne ostentÓvano i teschj confitti sulle lance, o appesi al petto dei cavalli. Ogni casa n˛bile li serbava in un'arca, nŔ a peso d'oro ne consentiva mai il riscatto (neque si quis auri pondus offerret. Strab.); e ogni generazione si pregiava di recare altri crani ad ingrossare quel tesoro di barbara gloria. I teschj pi¨ illustri, legati in oro, stÓvano nei templi ad uso delle sacre bevande. Alle porte delle case s'inchiodÓvano teste di lupi e d'altre belve; onde agli Itali e ai Greci, i quali solŔvano rim˛vere religiosamente dalle cittÓ ogni avanzo di morte, se ponŔvano il piede in un casale di Celti, pareva d'entrare in uno squÓllido ossario.

VivŔvano di pastorizia o d'instÓbile agricultura, senza cittÓ, senza privato possesso, in clani, o communanze di famiglie, ripartite numericamente sulle terre, come un esŔrcito sotto le insegne, col dŔbito di conferire certe misure di grano e di birra e certo n¨mero di montoni e di porci alla mensa del brenno, ossýa prýncipe. DimorÓvano all'aperta, e per lo pi¨ lungo le aque, in tugurj rotondi, costrutti di tÓvole e graticci e terra pesta e con acuto tetto di strame; non si curÓvano di supellŔttili, dormývano sulla paglia; mangiÓvano a tÓvole rotonde assÓi basse, sedendo sopra manýpoli di fieno, coi loro scudieri seduti in altro cýrcolo dietro ai signori; bevŔvano in giro a pýccole e frequenti riprese, in una sola conca di terra o di metallo; appena conoscŔvano il pane; mangiÓvano molta carne; e ciascuno "ne prendeva a due mani un gran pezzo, e lo addentava come un leone" (l e o n t v d ă w t a Ţ w x e r s n Ä m f o t í r a i w a Ó r o n t e w ¸ l a m í l h , k a Ä p o d ő k n o n t e w . Posid. ap. Ath.); dopo il convito si provÓvano in duelli, che spesso Ŕrano mortali, nŔ altra pare l'orýgine dei gladiatori che tardi s'introd¨ssero fra i Romani. Sulle persone loro facŔvano pompa d'armi dorate, di collane e braccialetti d'oro, di tracolle lavorate in argento e in corallo, strascinando al fianco destro lunghe sciÓbole, talvolta di rame temprato; portÓvano saj vergati di splŔndidi colori, e grandi scudi quadrilunghi con imprese gentilizie, rozzamente dipinte o intagliate; e sopra gli elmi affiggŔvano figure d'augelli o di fiere, o alte corna di b¨fali o di cervi, e grandi pennacchj ondeggianti; nutrývano lunghi mustacchi e lunghe chiome tinte in rosso; e alcune nazioni si dipingŔvano d'azzurro le braccia e il petto; combattŔvano pi¨ sui carri che sui cavalli. Talora nelle battaglie, per insultare il nemico, o per brutale audacia, o per disperazione, gettÓvano l'elmo e il sajo, e combattŔvano nudi; tanta era l'esaltazione cavalleresca, nutrita in quelle rozze menti dalle memorie dei feroci antenati, ripetute dai bardi adulatori, che coll'arpa in collo errÓvano di casale in casale. ľ Tutte queste usanze di tÓvole rotonde, di scudi blasonati, di cimieri, di trovatori, di duelli, e di prove dell'aqua e del foco, non estinte nelle Isole BritÓnniche e non obliate mai del tutto nelle Gallie, ripullulÓrono nella nuova barbarie del medio evo; e ne scaturý quella poesýa romanzesca, che i freddi poeti legÓrono in rima.

I Dr¨idi, paghi di tener sotto il terrore dei loro misterj e delle formidÓbili loro maledizioni molte bÓrbare trib¨, e di tesoreggiarne le lontane prede, non si curÓrono mai di partecipar loro quella qualunque scienza che avŔvano; nŔ sapŔvano tampoco tenerle in pace, onde tutta la terra cŔltica era un campo di discordia, di rapina e di sangue (In omni GalliÔ factiones. CŠs.). Uscývano tratto tratto da quel perpetuo tumulto le trib¨ pi¨ mýsere o le pi¨ audaci, e andÓvano altrove in cerca di preda o di terre, ove pasturar bestiami, o spÓrgere le passeggere sŔmine d'un'agricultura vagabonda. Pare che la mano arcana dei Dr¨idi reggesse quelle lontane spedizioni; poichŔ dalla sede dei loro collegj le turbe conquistatrici si Ŕrano precipitate in Ispagna, in Italia, sul BÓltico, in Boemia, lungo il Danubio, insultÓvano agli Dei della Grecia in Delfi, s'accampÓvano sull'Ellesponto, e preludendo alle crociate dei loro p˛steri, fondÓvano un regno gÓllico nell'Asia Minore.

 

 

XII.

 

Ma se i Celti non amÓvano chi¨dersi nelle cittÓ, non si pu˛ dire che le odiÓssero e distruggŔssero con quello stolto furore che mille anni pi¨ tardi si vide nei VÓndali e negli Unni Scorrendo velocemente fra cittÓ e cittÓ, forse perchŔ non sapŔvano come espugnare quei ricinti di pietra (Gens ad oppugnandarum urbium artes rudis... segnis intactis assideret muris. Liv.), andÓvano a sorprŔndere genti lontane, e tornÓvano onusti di preda. Quando poi le terre giacŔvano desolate e derelitte, allora qualche trib¨ dimandava di potersi accasare con patti di pace su quegli spazi, che altri inutilmente possedeva (egentibus agro quem latius possideant quam colant... partem finium concedant. Liv.). E cosý le antiche cittÓ itÓliche rimanŔvano come ýsole solitarie in mezzo a lande, sparse di bÓrbari casali; e potŔvano udir senza spavento dalle mura le strane voci e i cÓntici di guerra. Laonde, quando gli Etruschi, dopo aver lungamente conteso ai Galli le nostre pianure (cum Etruscis... inter Apenninum Alpesque sŠpe exercitus gallici pugnavere. Liv.), si ritrÓssero nelle castella alpine, non solo MÓntova, Adria, Ravenna, Arýmino rimÓsero salve, ma forse lýbere, o per noncuranza cavalleresca dei bÓrbari, o per condizione di pace, o per qualche antico nodo di religione o di sangue che i nostri aborýgeni avŔssero giÓ con quelli dell'altro declivio delle Alpi. MÓntova si conserv˛ divisa in tre stirpi, tra le quali la pi¨ potente rimase quella degli Etruschi (Mantua tres habuit populi tribus, et robur omne de Lucumonibus. Serv.). Melpo fu distrutta, ma solo due sŔcoli dopo. E in poca distanza delle antiche cittÓ mercantili, i Galli elŔssero le sedi dei loro brenni e delle loro adunanze militari; cioŔ Beloveso, poche miglia a ponente di Melpo, in un casale posto lÓ dove il torrente SŔveso, giunto sul piano palustre, prendeva forma di continuo e plÓcido fiume; e gli diede il nome di Mediolano, commune a diversi altri luoghi delle Gallie e della Britannia (Mediolanum, pagus olim; nam per pagos habitabant. Strab.), e il nome di Breno rimase a una terra presso la cittÓ di BŔrgamo, e ad un'altra presso la cittÓ dei Camuni (Cividate), e ad altri luoghi del nostro paese. ľ ╚ uno stato di cose che si vede tuttodý nell'Asia Minore, nell'Armenia, nella Persia, dove le cittÓ dei mercanti o degli artŔfici hanno diversa lingua, e spesso diversa religione dalle orde pastorali dei Turcomanni o dei Beduini, che si attŔndano nelle circostanti campagne. ľ Cosý si visse tra noi per quattrocento anni.

 

 

XIII.

 

Le orde gÓlliche, varcato con zÓttere il Po, stabilite le trib¨ dei Boi e dei Senoni intorno a Bononia e Sena GÓllica, c˛rsero lungo l'AdriÓtico, spogliÓrono persino le cittÓ Italogreche, penetrarono pei monti in Etruria; colla stranezza delle armi e la furia degli assalti abbagliÓrono le legioni; e accampate nelle vie deserte di Roma e sui monti d'Alba e di Týbure, e andando e venendo per la via gÓllica, devastarono il Lazio per diecisette anni. Ma nel calpestare quell'angusta striscia di terra non sapŔvano che vi avesse radice quell'irresistibile principio, che dilatÓndosi avrebbe in poche generazioni divorato in Europa e in Asia la potenza e la gloria de' Celti.

Roma ben presto si agguerrý a nuovi modi di vittoria. I Cisalpini, inferociti nei disastri, si collegÓrono con tutti i suoi nemici, Etruschi, Umbri, Sanniti; ma sempre soccumbŔvano alla disciplina delle legioni e alle arti del Senato. Fra le discordie gÓlliche i Romani si apŔrsero il varco del Po; coll'aiuto degli AnÓmani tragittßrono sulla nostra pianura (223 a. C.); ma non potŔrono farsi strada, nŔ tener fermo; patteggiÓrono e retrocŔssero. Poi tosto, per accordo coi Cen˛mani, aperti i passi del Mincio, dell'Ollio, dell'Adda, irr¨ppero repentini nell'alta Insubria, trucidÓrono le genti disperse ne' campi. I p˛poli s¨rsero in armi; trÓssero dal tempio della VŔrgine gl'imm˛bili vessilli d'oro (aureis vexillis quŠ immobilia nuncupant. Polyb.); sostŔnnero con forze non intere un'aspra battaglia. L'anno seguente, il brenno Virdumaro e il c˛nsole Marcello s'incontrÓrono sul campo di Clastidio; si ricon˛bbero allo splendor delle divise; il c˛nsole trucid˛ il re nemico; pass˛ il Po; sottomise Mediolano; port˛ in trionfo l'armatura dell'ucciso. Roma pose due colonie di veterani in Piacenza e Cremona; ma f¨rono tosto fieramente combattute.

Comparve in quel mezzo Annýbale a piŔ dell'Alpi; si výdero tra le foreste del Ticino le seminegre trib¨ del deserto. A quell'annunzio duemila Cisalpini, che costretti militÓvano nel campo de' Romani, si lŔvano notturni, ne fanno strage, p˛rtano ad Annýbale i teschj sanguinosi. Su la Trebia, gl'Insubri combattŔvano per CartÓgine; i Cen˛mani, per Roma. Sessantamila guerrieri, accorsi in pochi giorni al grido della vittoria, sŔguono Annýbale in Toscana. Al Trasimeno, l'insubre Ducario getta di sella e uccide il c˛nsole Flaminio. A Canne, fra cinquantamila soldati d'Annýbale, trentamila Ŕrano Galli; e deliberati di far disperata prova, vŔnnero nudi sul campo (Galli super umbilicum erant nudi. Liv.); quattromila vi lasciÓrono la vita; ma i cadÓveri dei Romani, in quell'orrenda giornata, f¨rono sessantamila. ľ Quando Amýlcare venne in Italia, altri Cisalpini lo seguýrono; altri seguýrono Magone sbarcato a GŔnova; altri seguýrono Annýbale in Africa, e morýrono a Zama. Venuta la pace, ancora un venturiero africano adunava sul Po quarantamila guerrieri, distruggeva Piacenza, assediava Cremona, cadeva con tutti i suoi. Un'altra battaglia si perdeva sul Mincio per nemicizia dei Cen˛mani; in un'altra perývano pi¨ di quarantamila Insubri; restÓvano sul campo centinaja di bandiere, centinaja di carri da battaglia, splŔndide collane d'oro (Liv.); Como era presa con ventotto castella de' suoi monti; un'altra giornata si combatteva sotto Milano; tre esŔrciti romani insanguinÓvano ad un tempo la valle del Po; la resistenza era ind˛mita; pi¨ volte le legioni vŔnnero conquise e trucidate; ma parŔvano risurgere dai sepolcri; e omÓi rimanŔvano agli esÓusti Cisalpini solo i vecchj e i fanciulli. Ma quando Scipione entr˛, con insegne spiegate, a mŔttere i coloni romani in possesso delle divise campagne, i supŔrstiti delle 112 trib¨ de' Boi non rŔssero all'amaro cordoglio, si m˛ssero in turba, e varcate le Alpi N˛riche, si dispŔrsero nelle selve del Danubio. Fra l'eccidio dei Senoni e la dispersione de' Boi, la stirpe degli Insubri sopravisse (Senones... deleverunt... Boios ejecerunt... Insubres etiam nunc existunt. Strab.).

La guerra arse ancora negli Apennini Lýguri; la conquista di quel palmo di terra cost˛ pi¨ di quella dell'Asia; Roma, non sapendo come mutar l'Ónimo di quegli u˛mini ind˛miti, ne trasport˛ quarantamila in Apulia. ľ Pi¨ lunga arse la guerra nelle nostre valli alpine, sulle quali i pr˛fugi Etruschi avŔvano diffuso il nome commune dei Reti. Anche dopo la sommissione della pianura, si difŔsero per un sŔcolo e mezzo, dalle p˛vere montagne scendendo a depredare la pianura (Lepontii, Tridentini, Stoni et aliŠ complures exiguŠ gentes latrociniis deditŠ et pauperes. Strab.). Nel 164 (a. C.) un Tiberio penetr˛ in Val-Cam˛nica; nel 128 un Marzio vinse gli Stoni; nell'85 i Reti incendiÓrono la colonia romana di Como; nel 42 f¨rono sconfitti da Planco; nel 16 Silio dom˛ del tutto i Camuni e i Vennj; i Trumplini furono venduti all'asta e dispersi in catena; l'anno seguente i due fratelli Nerone e Druso compýrono il loro trionfo sui Reti. La via dei laghi e delle alpi era aperta per sempre (Iter supra montes... otim superatu difficile... nunc tutum et expeditum... latronum excidio, viarum structurÔ. Strab.).

Fino a quel tempo le invasioni cŔltiche e anche quella dei Cimbri e dei TŔutoni, se non giungŔvano a farsi strada per le Alpi occidentali, girÓvano pel Reno e per l'Inn fino alle fonti dell'Adige o alle Alpi N˛riche; la doppia fossa dei laghi nostri e degli elvŔtici e la fierezza dei p˛poli chiudŔvano le alpi a noi vicine. GiÓ fin d'allora i Reti Ŕrano nelle valli dell'Inn, e gli aborýgeni tŔutoni in quelle del R˛dano e del Reno (Obsepta gentibus semigermanis... Veragri incolŠ. Liv.).

 

 

XIV.

 

Ma molto avanti quell'¨ltima conquista, giÓ le nostre pianure Ŕrano comprese nel nome e nella legge d'Italia; nelle cittÓ nuove, in Placentia, Hostilia, Laude Pompeja, Ticino, tutto era romano; le antiche, o come colonie o come municipj, Ŕrano ascritte alle trib¨ del generoso p˛polo, alla Fabia, all'Ufentina, alla Voltinia, alla Sabatina; suntuose vie militari, tratte a immensi rettilinei, le congi¨nsero tra loro e con Roma. ľ CŔsare aveva atterrato l'imperio dei Dr¨idi, disperse le caldaje insanguinate e le fanÓtiche sacerdotesse; le sacre selve dell'ýsola di Man, ov'era il gran collegio, f¨rono incendiate da Paulino. Le colonie romane intorno al Reno, C˛ira, Costanza, Augusta, BasilŔa, Strasburgo, Spira, Vormazia, Magonza, TrŔveri, Aquisgrana, e quella che per eccellenza si chiam˛ Colonia e divenne poi la madre delle cittÓ anseÓtiche, f¨rono le fondamenta al tutto itÓliche di quella nuova Germania, che dopo la linea del Reno s'inoltr˛ successivamente a quelle dell'Elba e dell'Oder e della Výstula, apportando a quei p˛poli la vita della civiltÓ, e il retaggio dell'intelligenza, non bramato nŔ conosciuto dai loro padri. I canali di Druso e di Corbulone insegnÓrono ai BÓtavi come crearsi una terra fra le acque del mare. ľ Allora l'Insubria, che nell'era etrusca era la favolosa frontiera del mondo civile, si trov˛ co' suoi laghi e i suoi fiumi su la gran via delle nazioni, potŔ stŔndere i suoi commercj alle Isole BritÓnniche e all'Egitto, a CÓdice e al Mar Nero.

I Romani risuscitÓrono il principio etrusco, diŔdero ai municipj un'autoritÓ su le campagne; le famiglie opulente non výssero pi¨ in solitarj casali, ma in cittÓ piene di commercj e di studj. "Quanta sia la bontÓ di quella regione si pu˛ giudicare dalla frequenza degli abitatori, e dalla ampiezza e opulenza delle cittÓ; nelle quali cose i Romani di quelle parti sovrÓstano a tutti gli Italiani" (Strab.). Troviamo ancora nelle lÓpidi di quel tempo, i nomi delle famiglie ins¨briche, scritti con romano costume; Albucio figlio di Vindillo, Banuca figlia di Magýaco, Surica di Dunone, vestigia d'un passato che si va dileguando. La legge romana sostituý all'incerta communanza cŔltica il diritto di piena proprietÓ; e cosý propose alle famiglie le grandi aspettative del futuro, le anim˛ alle grandi ˛pere territoriali, alle irrigazioni, agli scoli. Le antiche arginature etrusche si prolungÓrono lungo l'alveo del Po; giÓ Lucano le descrive. L'Insubria, giÓ vastamente irrigua (ob aquŠ copiam, milii feracissima. Strab.), si coperse di ubertosi poderi, che consŔrvano ancora i nomi delle famiglie innovatrici: Campagne-Valerie, Villa-Pompejana, Isola-Balba, Balbiano, Corneliano, Albuzzano. Represso l'uso delle prede, gli armenti celati nelle Alpi scŔndono al piano; la palude abitata da feroci cignali diviene plÓcida praterýa, dove i garzoni di Virgilio Óprono e chi¨dono i rivi. I colli fioriscono d'Órbori fruttýferi (planities felix... collibus fructiferis. Strab.); la vite delle Alpi RŔtiche acquista grido; il ciriegio, il pŔrsico, il cotogno, il pomo d'Armenia sono propagati dai giardinieri romani; il castagno dell'Asia Minore sale a nutrire i p˛poli fin sulle cime dei monti; l'olivo, che ai tempi di Beloveso era ignoto in tutta l'Italia, fa molle contorno ai laghi, coltivato forse dagli agricultori greci che CŔsare chiama sul Lario, e che ripÚtono nei nostri villaggi i nomi di Corippo, di Plesio, di Picra, di Lenno, di Delfo, dei Corinti e dei Dori.

Ma pi¨ ýntima e pi¨ durŔvole fu la mutazione che la legge romana introdusse nella vita domŔstica, annunciando alle bÓrbare stirpi i sacri diritti delle spose e della prole, i doveri dell'educazione, la providenza delle tutele, la libertÓ dei testamenti, limitata dalle aspettative delle legýtime ereditÓ. L'ideale della matrona romana non uscý dai serragli dell'Oriente, nŔ dai ginecŔi della Grecia, nŔ dalla cÓmera servile e dalla turpe morganÓtica dei Celti e dei Goti; per esso la donna di Virgilio si eleva ad immensa altezza sulle ancelle degli er˛i d'Omero; in esso sta il principio che distingue il contubernio dei bÓrbari dalla famiglia europŔa; Ŕ una vasta emancipazione che comprende d'un tratto la metÓ degli Ŕsseri viventi.

La Cisalpina ebbe adunque leggi, famiglie, municipj, strade, ponti, aquedutti, Órgini, irrigazioni, magnýfici templi de' suoi marmi, terme, p˛rtici, ville, delizie d'arti e di fontane, teatri, librerýe p¨bliche, grandi scuole, scuole ove impar˛ un Virgilio. NŔ questo Ŕ il solo dei grandi Latini che nacque tra il Po e le Alpi; ma Catullo, Cecilio, Tito Livio, Cornelio, i due Plinj. Insigni giureconsulti, molti capitani e magistrati, alcuni imperatori diŔdero lustro alle nostre cittÓ. Ma lo splendore pi¨ puro e pi¨ durŔvole Ŕ quello che le lŔttere diff˛ndono intorno alle sacre dimore dei grandi ingegni. ╚ un dolce e caro orgoglio quello d'incontrare negli scritti ammirati dai sŔcoli i nomi dei nostri fiumi e dei nostri laghi, del curvo Mella, e del plÓcido Mincio, dell'Eupili e di Sirmione, ancora oggidý non bene ýsola, nŔ penýsola, ma dilettosa selva d'olivi. Nelle valli dell'Adda troviamo ancora i vini rŔtici, il mele nutrito dalla flora virginea delle alpi; i vasi della verde pietra comense sul torno dell'alpigiano. Possiamo assýderci accanto alla fonte ammirata dal gi˛vine Plinio, il quale descrive le delizie del suo Lario con quella mano che fu la prima a difŔndere, non per senso di propria salvezza, ma di lýbera e generosa giustizia, l'innocenza del costume cristiano.

Tuttoci˛ scaturiva da quel principio municipale in cui presso l'interesse al bene stava l'immediata facultÓ d'operarlo. Il gran municipio di Roma porgeva agli altri l'esempio d'ogni splŔndida cosa. NŔ per certo avvenne mai che un p˛polo possessore di sý vasto dominio avesse tanta brama d'immortalarsi con ˛pere d'universale utilitÓ, nŔ che la potenza andasse congiunta a tali e sý culte menti, quali si výdero in Catone, in CŔsare, in Tullio, in TÓcito; nŔ che u˛mini, quali furono i giureconsulti romani, conservÓssero per una serie di sŔcoli dottrina di sapienti e autoritÓ di legislatori.

 

 

XV.

 

Ma s'era quella una prosperitÓ nuova e grande per questa estrema parte d'Italia, trattenuta in barbarie dai Celti, non cosý poteva dirsi della rimanente penýsola. La guerra sociale aveva abbattuto le bellicose contadinanze della prisca Italia. L'intera patria d'un p˛polo forte vedŔvasi talora mutata in una squÓllida possessione d'un solo patrizio, che non poteva sfruttarla se non colle braccia degli schiavi.

I CŔsari, come capitani del p˛polo e promotori dell'emancipazione, si Ŕrano recati in mano il comando delle armi, il pontificato, il tribunato e altre dignitÓ divise una volta fra molte famiglie; ma per non alienare l'opinione che aveva dato loro quella potenza, esercitÓvano le sýngole parti di quell'accumulata autoritÓ, giusta le antiche f˛rmule consacrate dalla religione e dal tempo. ľ Pur tuttavýa non era confidata loro dai senatori e commisurata, come quella dei moderni dogi; sotto nome e modi di magistrato, era conquista di vittorioso nemico. Nel secreto delle menti patrizie stava una profonda riprovazione, un indelŔbile giudizio di illegalitÓ, una ferma memoria dell'antica eguaglianza; epper˛ tra l'affettata popolaritÓ e le parentele cittadine, il prýncipe confidava sopratutto nelle armi, e viveva nel sospetto. Quindi tutto mirava a inspirare in quelle superbe famiglie uno spýrito togato; i patrizj non dovŔvano frequentare gli esŔrciti; gli esŔrciti Ŕrano relegati lungo remote frontiere, dovŔvano con˛scere solo i loro capitani; la milizia diuturna, perchŔ l'Italia non s'empisse di veterani pericolosi; dura e p˛vera, per la natura ancor selvaggia dei luoghi; molesta al cittadino, perchŔ cresciuto alle largizioni, agli anfiteatri, alla lýbera garrulitÓ del foro. Di 120 Milioni di s¨dditi che pare avesse l'imperio dei CŔsari, si vuole che soli sette avŔssero diritto di Romani; e questi non potŔvano dar mezzo milione di combattenti, come si richiedeva a sý disparate frontiere, e a tanti presidj terrestri e marýtimi. Fu necessitÓ ricŔvere soldati d'altre genti, la cui mescolanza era nauseosa all'altiero romano. Il moderno principio britÓnnico di fare una nazione d'officiali e un'altra di gregarj, sarebbe stata pi¨ nell'interesse dei patrizj che dei CŔsari. L'esŔrcito adunque in poche generazioni non conosceva p˛polo, nŔ senato; non era pi¨ romano; e dopochŔ qualche conduttiere ambizioso seppe valŔrsene per gi¨ngere al soglio, si vide troppo aperto che in tutto l'imperio non vi era altra forza e altra legge che la spada del soldato. In meno d'un sŔcolo pi¨ d'ottanta generali perirono, o nel tentare l'acquisto del regno, o nel difŔnderne il fugace possedimento.

Allora Severo potŔ insegnare a' suoi figli che il secreto unico della potenza e della vita era il favor degli esŔrciti; e in questa vorÓgine i suoi successori precipitÓrono le finanze dello stato. Dopo il 200 dell'era nostra l'arte di regnare in Roma fu quella sola di trar denaro dagli inermi per saziare gli armati. Le grandi famiglie senatorie si estinguevano; la plebe romana si era sommersa fra pi¨ milioni di venturieri, venuti dal Reno e dal Nilo, dal Tago e dall'Eufrate. Bast˛ un c˛mputo di finanza, perchŔ Caracalla accomunasse a tutto l'imperio la condizione di cittadino, e rivelasse al mondo att˛nito che quel p˛polo non era pi¨; ch'era sparito colla sua favella e colla sua religione, lasciando sotto al suo nome una colluvie d'ogni gente e d'ogni cosa.

Trascinati dal principio fiscale, gl'imperatori del sŔcolo III non curÓrono pi¨ le strade e i porti, che avŔvano dato un'ins˛lita vita alle nazioni; le provincie aggravate non Ŕbbero forza di supplirvi; il commercio si aren˛; le derrate giacquero in¨tili sui campi d'una provincia, mentre in un'altra si moriva di fame. Perývano i p˛veri, impoverývano i ricchi; Óvidi usuraj e magistrati impuni spogliÓvano migliaja di famiglie, e per semplicitÓ d'azienda inondÓvano i latifondi con turbe di schiavi; gli arati divenývano inculta pastura; le reliquie dei lýberi agricultori riservate a rinovare in migliori sŔcoli la nazione, appena si salvÓvano nei recessi degli alti monti, che non si ponno coltivare con braccia di servi; le fami, le pestilenze, le fiamme dei bÓrbari, le rapine dei masnadieri diradÓrono rapidamente l'umana generazione.

 

 

XVI.

 

Intanto nella cittÓ si faceva sempre pi¨ ardua l'esazione dei tributi; e colla miseria cresceva il frŔmito degli esŔrciti affamati, e l'acerbitÓ e la disperazione del fisco. I magistrati municipali Ŕbbero a risp˛ndere del proprio pei cittadini insolventi; f¨rono armati di tutti i diritti del fisco, ma occupÓvano terre deserte e case cadenti; si ostent˛ povertÓ per fuggire i gravosi onori. Allora il fisco li conferiva per forza; prendeva i beni dei magistrati, poi quelli delle mogli, poi citava gli eredi; un collega doveva pagare per l'altro; chi si recava in altra cittÓ, veniva cerco e ricondutto. Alcuni si facŔvano soldati, e il fisco lo viet˛. In poche generazioni quelle magnýfiche signorýe, che ripetŔvano con decorosa moderazione nei teatri e nei palazzi dei municipj le lautezze di Roma, Ŕrano un branco di pezzenti gabellieri.

Intanto nelle campagne si numerava e si tassava ogni Órbore fruttýfero, ogni tralcio di vite; la tassa delle piante che perivano, ricadeva sulle supŔrstiti; allora il contadino, per sottrarsi alle esazioni, estirpava i frutteti e le vigne; e la legge, che inseguiva l'ombra della fugitiva agricultura, puniva di morte la morte d'una pianta. Se le tribolate famiglie si disperdŔvano, la mano della legge le riconduceva in catena; ogni contadino si registrava servo della sua gleba; e surgeva un nuovo modo di servit¨, che forse nell'Europa orientale era pi¨ antico, e oggidý non vi Ŕ peranco estinto. Il demanio, possessore d'intere provincie, le offriva indarno al primo occupante; vi trascinava dal confine i prigionieri bÓrbari, che condannati ad un'arte ignota nelle loro patrie, si spargŔvano ladroneggiando, e vessando le reliquie dei veri agricultori.

Anche le arti delle cittÓ si spegnŔvano ogni giorno. Sul principio del IV sŔcolo, Costantino trov˛ necessario che ogni uomo salvasse l'arte sua tramandÓndola a' suoi figli. Nessuno doveva adunque mutarla, nessuno scŔglierla a piacimento; e come il discendente degli antichi signori era assegnato al servigio municipale, e il contadino alla gleba, gli artŔfici furono ascritti alla paterna officina, e i nocchieri alla paterna nave; a tutti venne interdetta la milizia; e l'uomo che nasceva per esser soldato si bollava sulla mano; la popolazione fu smembrata in caste; le minute discipline, le aspre pene, gli usi, gli abusi, stabilýrono una generale servit¨. Questi Ŕrano gli infelici s¨dditi che i moderni ist˛rici chiÓmano ancora i Romani, per dilettarsi a dire ch'erano i vinti. E chi era dunque stato il vincitore?

Intanto i SÓrmati tenŔvano presidio nelle inermi cittÓ dell'Italia e della Gallia; i Franchi avŔvano in guardia, o piuttosto in preda, le frontiere del Reno; i Goti, quelle del Danubio. Gli Alani del CÓucaso erano custodi del palazzo imperiale, e gli ˛rridi Unni della Mongolýa si pascŔvano di carne cruda sotto i p˛rtici di marmo. I capitani di queste genti, Stilicone vÓndalo, Arbogasto franco, Allobego alano, FrÓvita goto, Ricimero, Aspare, Ardaburo, Ŕrano i veri signori dell'imperio, perchŔ il dominio consiste nelle armi, e l'autoritÓ nella consuet¨dine e nella fiducia dei prýncipi. Essi facŔvano gl'imperatori, li disfacŔvano, li uccidŔvano. L'¨ltimo di quei simulacri di regnanti fu R˛mulo Aug¨stulo, figlio d'un Oreste, venuto non si sa di qual nazione, e scriba d'Attila. ľ Infine le truppe mercenarie, morendo di fame ai confini, cominciÓrono a internarsi; si conf¨sero colle orde che dovŔvano respýngere, e colle quali avŔvano communanza di sangue e d'interesse; si prŔsero, in luogo d'imposta prediale, una parte delle terre cogli schiavi e col bestiame che rimaneva. E poichŔ la milizia si era cosý proveduta da sŔ, i tributi f¨rono in¨tili; l'˛pera della distruzione era compiuta.

GiÓ fin dal 400 i nostri municipj Ŕrano a tale che S. Ambrogio li disse cadÓveri di cittÓ. ľ Eppure il gran flagello di Dio non era ancora venuto.

Ancora dopo il passaggio d'Attila, la nostra Insubria nutriva qualche favilla di studj; e in Pavýa nasceva Boezio che i Goti uccidŔvano. Milano, sola forse tra tutte le cittÓ dell'impero, si lev˛ in armi contro i Goti, per vana speranza ch'ebbe di soccorso da Costantin˛poli, la quale a difŔnderla inviava il goto M¨ndila. E il traditore spariva nel momento del perýcolo; e i Goti, ingrossati dai Burgundi, trucidÓvano tutti quelli che non si salvÓrono nei monti e nelle paludi. La cittÓ nostra giacque smantellata, le vigne, gli orti, i broli, persino i paschi si dilatÓrono fra le sue ruine, e lasciÓrono nomi di dolorosa memoria alle piazze e alle vie; e rimÓsero intorno alla squallida cerchia le sole basýliche, fondate sugli antichi sepolcreti, e risparmiate dai distruttori bÓrbari, pi¨ forse che non dai p˛steri ristauratori.

Sette sŔcoli dopochŔ la nostra terra era sottratta alla communanza cŔltica, e consegnata ai municipj romani, tutta quell'˛pera di civiltÓ pareva distrutta. Ancora BŔrgamo stava solitaria sul suo monte, e MÓntova fra le sue paludi; e in mezzo alla campagna derelitta, si accampava in un recinto di legno qualche squadra d'╚ruli e di Goti, a cui la sorte (lot, loos) aveva assegnato i pochi r¨stici e i pochi bestiami, che sopravivŔvano su la vicina gleba. ľ Nei tempi anteriori, il Celta viveva cogli u˛mini della sua discendenza e del suo nome, aveva nel clano una m˛bile patria; e infine per ancorarsi a questa feconda terra aveva confitto in luogo sacro gli imm˛bili vessilli. Ma Ricimero, Stilicone, Odovacre, ClodovŔo, Hastingo, Rollo, Guglielmo, Tancredi, erano venturieri senza patria, che o giurÓndosi a fort¨iti capitani, o traendo seco fort¨iti seguaci, pronti a difŔndere qualsýasi padrone, a parlare qualunque lingua, a onorare qualunque Dio, non altra legge seguývano che quella della privata fortuna. Cosý, dopo che la fiscalitÓ bizantina aveva annientato ogni umana libertÓ e dignitÓ, quei lacci venývano rotti dall'opposto principio d'un ferino egoismo, che sprezzava ogni vestigio di civile convivenza, e riduceva tutti i doveri dell'uomo a un patto di preda fra un capitano e i suoi compagni.

 

 

XVII.

 

Ma in quelle cittÓ disfatte stava il germe d'una nuova e pi¨ ýntima associazione, che nel nome d'un solo Dio e nella parola d'un solo libro aspirava a ricongi¨ngere tutte le nazioni d'Europa. Quando l'antico patriziato fu estinto, e fu tronca la tradizione dei riti familiari, confiscata la terra sacra, gettato alla fornace il bronzo dei simulacri e il marmo dei templi, sola rimase fra quella spaventŔvole dissoluzione la societÓ dei Cristiani, che in Occidente era pýccola e oscura, e ristretta a pochi borghesi, forse di patria orientale e i pi¨ di greco nome. L'antica sapienza civile in mezzo a tanta miseria p¨blica doveva smarrirsi; non poteva pi¨ dire come nel mondo vi fosse un principio regolatore delle umane cose. Ma nella contemplazione d'un ˛rdine sovrumano, le sventure divenývano prove e occasioni di virt¨; e un'intera vita d'indegno dolore diveniva parte e condizione d'un'immortale esistenza. Si diŔdero intieramente a questi pensieri tutti i pi¨ fŔrvidi intelletti. Milano, sede imperiale, e fino all'arrivo d'Attila meno mýsera delle altre cittÓ d'Italia, albergava Augustino nativo dell'Africa, e Ambrosio nativo delle Gallie; i quali, e per dottrina, e per nome, e per virt¨, appena si accostÓrono alla societÓ dei Cristiani, ne divŔnnero i pi¨ autorŔvoli capi. Felice, Bassiano, StŔfano, Filastrio reggŔvano la nuova fratellanza in Como, in Lodi, in Cremona, in Brescia; le famiglie fuggitive la disseminÓrono fra i palustri ric˛veri della pianura e nelle interne montagne. Ma fu mestieri di quattrocento anni per troncare del tutto le tradizioni aborýgene; alla fine del secolo VIII il culto di Saturno sopraviveva ancora nell'estrema Val-Cam˛nica (in curte Hedulio); e le trib¨ dell'etrusca MÓntova Ŕbbero una propria congregazione episcopale solo al principio del secolo IX.

 

 

XVIII.

 

La religione cŔltica aveva le sue sedi nelle foreste, la romana nelle mura dei municipj; e nei municipj le successe la cristiana; il výncolo morale fra le campagne e le cittÓ si conserv˛ adunque ad onta dell'occupazione barbÓrica. Al ris¨rgere della civiltÓ tutti i p˛poli, i cui sacerdoti erano ordinati a Milano, a Brescia, a Pavýa, divŔnnero i Milanesi, i Bresciani, i Pavesi. Queste minute nazionalitÓ cancellÓrono ogni vestigio delle pi¨ antiche divisioni; nŔ pi¨ l'alpigiano si segreg˛ dalla pianura, come al tempo degli Orobj e dei Reti. Pavýa divenne capo delle popolazioni che dal basso Ticino salývano sino ai gioghi degli Apennini; Milano, dalle campagne del Po sparse il suo rito ambrosiano fino ai ghiacci del Gottardo; Como penetr˛ vastamente per le valli, dalle fonti del R˛dano fino a quelle dell'Adige; e quivi si trov˛ in confine con Brescia, ch'ebbe le valli dell'Ollio, del Clisio e del Mella. BŔrgamo seguiva tutto il corso del Brembo e del Serio fin presso Cremona; e i suoi confini s'intrecciÓvano intorno a Crema con quelli di Piacenza e di Lodi. I dialetti che prima esprimŔvano la sola origine dei p˛poli, si risentýrono di questi riparti municipali. Presiedeva alle chiese delle cittÓ minori il vŔscovo della maggiore; e perci˛ Milano ebbe primato in tutta la Liguria e la Rezia, da GŔnova fino a C˛ira, e forse a Costanza; ma le successive calamitÓ e poi le inimicizie municipali r¨ppero quei výncoli; e Como, per sottrarsi quanto poteva alla prepotente vicina, preferý di sottostare al lontano patriarca d'Aquileja.

PerlochŔ queste nostre cittÓ, piuttosto che cadÓveri, erano corpi tramortiti. Tutte le preci, tutte le scritture Ŕrano nella lingua che i Romani avŔvano dato all'Europa; il nostro vulgo colla sua proferenza cŔltica mutilava le voci latine; ma in quel dialetto poteva intŔndersi col vulgo vicino; e da plebe a plebe v'era in potenza una lingua commune a tutte; le favelle della penýsola non Ŕrano pi¨ cosý disparate come l'etrusca, la latina, la greca. V'Ŕrano case e chiese, e avanzi ed esempli di strade, di ponti, di mura; la vite era salita fino alle Alpi; l'olivo aveva posto nido sulle riviere; il castagno pareva giÓ un Órbore spontaneo dei nostri monti; l'irrigazione non poteva cadere in oblýo. Le famiglie mercantili, e nelle cittÓ, e nei rifugi dei monti e delle paludi, non perdŔttero le loro tradizioni; e anche nel medio evo sŔppero trovare per la via delle Alpi le rive del Reno, continuarvi l'oscuro loro trÓffico, prestar l'ingegno e le braccia a edificarvi chiese e castella, che a que' p˛poli pÓrvero fatte per opera d'incanto.

 

 

XIX.

 

Molti dýssero che i Romani ammolliti dovŔvano coll'innesto dei bÓrbari rif˛ndersi a nuova virilitÓ. Ma quando vŔnnero i bÓrbari, nessuno poteva pi¨ dire d'esser Romano; ogni lusso era estinto, e la gente indurita al disagio. E la forza militare d'un p˛polo non risiede nei m¨scoli, ma nel consenso, nelle tradizioni, nella disciplina; al che la presenza dei bÓrbari nulla giovava, essendochŔ la milizia rimaneva privilegio dei pochi, e i molti non potŔvano dunque agguerrirsi. E i Goti fuggiaschi inanzi alla ferocia degli Unni, divŔnnero Órbitri dei nostri destini, perchŔ la legge bizantina faceva privilegio di stranieri la milizia, onde non si sapeva pi¨ come un uomo potesse divenire un soldato. I Goti, padroni dell'Italia e delle cento sue fortezze, non sŔppero conservarla, e in sessant'anni il loro nome era estinto; in Gallia soggiÓcquero ai Franchi; in Ispagna fugýrono inanzi agli Arabi, e perdŔttero ogni cosa in un giorno. ľ I Longobardi entrÓrono chiamati: e tuttavýa non Ŕbbero mai forza d'occupar le marine, e di superare le nascenti difese di Venezia e le mura inermi di Roma; e il loro dominio che cominci˛ col cranio di Cunimundo, ebbe fine con una mýsera scena di viltÓ.

Oltralpe i duchi prŔsero nome dai p˛poli o dalle vaste terre; ma i capitani longobardi s'intitolÓrono dalle cittÓ; duchi di Spoleto, di Verona, di Brescia; il che fa crŔdere che vivŔssero entro le mura urbane; soggiorno che doveva ammansare il costume, e contribuiva, come le sedi episcopali, a conservare importanza ai municipj. E questi sulle nostre pianure Ŕrano cosý vicini che appena v'era alcun luogo, che a distanza di quýndici miglia non avesse una cittÓ; e perci˛ gli ˛rdini feudali non si radicÓrono cosý assoluti, come lÓ dove le popolazioni rimanŔvano senza moderatori o testimonj della loro oppressione.

Dopo Carlomagno, le famiglie longobarde f¨rono guardate con sospetto; e il predominio pass˛ nel sacerdozio, che, oltre al potere dell'opinione, acquist˛ quello d'una possidenza, di cui nessuna legge limitava l'incremento. I conti e i capitani dei Carolingi, o con voci moderne, i delegati provinciali e i commissarj distrettuali, dopo l'editto di Kiersy divŔnnero ereditarj; e verso il novecento, l'abuso vincolava alle famiglie anche i beneficj ecclesiastici, sotto colore di patronato. In mezzo a questi due ˛rdini di nuovi proprietarj, le discendenze longobarde smarrývano il nome e i possessi; e dopo il secolo XI Ŕ raro vedere nei documenti chi dichiari di vývere con quella legge. Nelle diete che si celebrÓrono sotto i Carolingi, la maggioranza era dei conti e dei vŔscovi, e presiedeva il vŔscovo di Milano.

L'imperio romano si era sciolto per la cessazione dei tributi e l'occupazione delle terre fatta dalle milizie federate. L'imperio carolino non si stabilý veramente mai, perchŔ non potŔ instituire stÓbili finanze. Cominci˛ con un'invasione per sŔ transitoria, che distrusse un regno senza fondarne un altro; ma la Chiesa adott˛ e perpetu˛ gli effetti dell'invasione, valŔndosi dell'imperatore eletto e coronato, come d'un capo della sua milizia; onde fu quello veramente, come sonava il suo nome, un Imperio Sacro. I suoi luogotenenti, quando non Ŕrano prýncipi potenti per forza propria, Ŕbbero nelle diete e nelle cittÓ quel solo potere che i prelati consentývano, e ch'era pur necessario per conciliare al clero l'ossequio della moltit¨dine feudale.

L'irruzione degli Ungari fu la prima occasione di risurgimento. Ogni abitato si cinse di mura, ogni casato alz˛ una torre; l'Europa divenne una selva di fortezze. Il vŔscovo Ansperto ristaur˛ le mura di Milano alla fine del secolo IX; pochi anni dopo, il vŔscovo Ariberto devastava il territorio di Lodi. Quando i suoi cavalieri feudali gli negÓrono obedienza, egli arm˛ la plebe cittadina, e combattŔ a Campo Malo la prima battaglia popolare. ľ Corrado il SÓlico, geloso di quelle ins˛lite armi, lo imprigiona; ma egli fugge, gli chiude in faccia le porte della cittÓ; sostiene un primo assedio; chiama dalla vasta sua provincia tutti gli u˛mini atti alle armi; e per dare a quella che fu la prima di tutte le moderne fanterie un principio d'˛rdine e di stabilitÓ, pianta un altare sopra un carro, e uno stendardo sopra l'altare. Quello stuolo di divoti, che colla picca in mano si stringe intorno al carroccio consacrato, Ŕ il primo rudimento della moderna societÓ.

 

 

XX.

 

Un barone, ucciso un plebŔo, si offerse a pagar la multa dell'omicidio, giusta il prezzo che il sangue dell'ucciso aveva nella tariffa della giustizia feudale. Ma il p˛polo fremendo si arm˛, e uccise tutti i signori che incontr˛ per via; trov˛ un capo in Lanzone, che lo condusse a diroccare le torri delle case feudali, fra gli orti dell'ampia cittÓ. ľ Ariberto, meravigliato e dolente che l'uso delle armi avesse tanto inalzati gli spýriti della plebe, le tenne fronte; i suoi capitani armÓrono contro la cittÓ tutti i servi del contado; e cosý, senza avvedersi, preparÓrono quelli pure ad armýgera e lýbera condizione. Inesperti degli assedj, nella barbÓrica loro inettezza fŔcero un ridutto di legnami di fronte ad ogni porta della cittÓ, stÓndovi a campo tre anni, e aspettando che la penuria domasse i sediziosi; ma Lanzone corse in Germania a invocare presso l'imperatore il soccorso delle leggi; onde giÓ si palesava quella veritÓ cosý perpetua nelle istorie, che gli interessi naturali del principato e dei p˛poli sono in concorde opposizione alla licenza feudale. ľ Irritato il p˛polo dall'ostilitÓ non paterna d'Ariberto, pass˛ di ragionamento in ragionamento; volle che le famiglie prelatizie, le quali nel loro seno eleggŔvano il vŔscovo, rendŔssero conto dei beni sacri che possedŔvano per ereditÓ e simonýa; chiam˛ concubine le mogli dei beneficiati; li strapp˛ dagli altari; li espulse dalla cittÓ; l'omicidio e l'incendio si spÓrsero di villa in villa; Arialdo Alciato e i fratelli Cotta versÓrono il sangue in nome della chiesa; Ildebrando gli Ónimava da Roma al combattimento. ľ La contessa Matilde, la doviziosa erede dei Longobardi di Toscana, divenne ardente nemica dell'ordine feudale; le sue vaste donazioni ai Benedettini nella valle del Po divŔnnero asilo di schiavi fuggiaschi, che ristaurati gli avanzi degli Órgini etruschi e romani, le mutÓrono in ubertose possessioni. Cosý dissipato il patrimonio feudale, cresciute di popolazione e di ricchezza, e redente dai patrizj le terre della chiesa, cominci˛ quella gran mutazione dei servi in lýberi contadini, che per otto sŔcoli si estese in Europa. ľ La prima onda di questa corrente si mosse dalla nostra patria, poco dopo il mille.

 

 

XXI.

 

In quel sŔcolo le cittÓ d'Italia t˛rnano ad Ŕssere stanza di p˛polo armato. L'uso delle armi ravviva il senso dell'onore, soffocato dall'oppressione bizantina e longobarda; l'onore gŔnera tutte le virt¨; gli u˛mini sŔntono di poter c˛mpiere un pensiero; e hanno l'audacia di concepirlo; le menti aspýrano a tutto ci˛ ch'Ŕ bello e grande. GiÓ Venezia colle ricchezze del suo commercio fonda San Marco; il milanese Anselmo Baggio, vŔscovo di Lucca e poi pontŔfice, edýfica in dieci anni quel duomo. Pisa pi¨ gloriosamente fonda il suo, colle spoglie degli Arabi che ha cacciati da Palermo. Tutto ci˛ avvenne una generazione prima delle Crociate, le quali non f¨rono dunque la cÓusa del risurgimento europŔo, come la turba dei ripetitori va tuttora scrivendo, ma ben piuttosto uno dei pi¨ pronti effetti, e il primo esercizio d'una forza che si espande. ľ Il principio vero del risurgimento fu nel legýtimo possesso della milizia popolare.

Nel 1075 Urbano II adun˛ sui nostri confini il concilio di Piacenza, e al cospetto di duecento vŔscovi e di quattromila sacerdoti fece giurare la crociata a trentamila guerrieri. La canzone del passaggio, il grido d'ultreja, rison˛ per le nostre cittÓ. ľ L'anno seguente egli raccolse in Arvernia il concilio di Clermonte. GiÓ in quella prima crociata (1096) si výdero le famiglie milanesi dei SelvÓtici e dei Ro, e quella dei Rocj d'antico nome ricordato nelle lÓpidi romane; Ottone Visconti conquist˛ allora in Oriente lo scudo della serpe, che divenne la gloriosa insegna dello Stato.

Nel 1106 Milano si elesse con nome antico due c˛nsoli, e prese forma di stato con un Consiglio maggiore e un Consiglio secreto o Credenza.

I primi c˛nsoli dello Stato f¨rono dell'ordine dei capitani, che aveva in ereditÓ le antiche magistrature caroline, epper˛ grandi fŔudi e numerose contadinanze. Avvenne dunque che anco i minori gentilu˛mini, o valvassori, a propria difesa rendŔssero stÓbile la loro adunanza feudale o Motta (Gemote, Meeting), e la trasformÓssero in un magistrato di c˛nsoli. E parimenti i mercanti e gli altri cittadini non compresi nell'orditura feudale, Ŕbbero un consiglio delle parochie urbane, che si chiam˛ Credenza di Sant'Ambrogio. Questa giurisdizione consolare, proteggendo abbastanza gli industrianti, rese in¨tili le corporazioni e le maestranze; e con ci˛ mantenne il foco sacro della lýbera concorrenza. Si svolse cosý il nuovo diritto commerciale; e per l'universalitÓ delle sue forme e la irresistýbile rapiditÓ della sua procedura, si divise affatto e dal diritto feudale e dal can˛nico e dal romano, il quale non poteva districarsi dalla lentezza delle ambagi forensi. I mercanti lombardi, stabiliti oltremonte, trÓssero seco i c˛nsoli di cittÓ in cittÓ, e propagÓrono il nuovo diritto per tutta l'Europa. ľ Le tre credenze consolari presiedŔvano a tre consigli, l'uno di quattrocento, l'altro di trecento, l'altro di cento; e l'adunanza generale si chiam˛ degli ottocento. Ma Ŕrano sempre tre p˛poli con diverso principio di vita, di leggi e di governo; l'uno rappresentava la potenza territoriale, l'altro la forza militare, il terzo la mercantile; e a parte rimaneva ancora il diritto can˛nico con tutte le giurisdizioni ed immunitÓ ecclesiÓstiche. E non essŔndovi un prýncipe, in cui potŔssero far capo i tre poteri civili, si cerc˛ al di fuori un gi¨dice supremo, che fosse patrizio d'un'altra rep¨blica; e lo si chiam˛ podestÓ, perchŔ appunto rappresentava la mano regia, e colla forza di tutti sanciva la commune volontÓ.

Cominci˛ un'era d'esaltazione bellicosa. In un castello del Lago Ceresio alcuni Comensi avŔano ucciso due fratelli CÓrcano di Milano; le vŔdove e i congiunti vŔngono sulla piazza del Duomo, mostrano al p˛polo le vesti sanguinose degli uccisi, implorando vendetta. Il vŔscovo Giordano esce dal tempio, e pronuncia l'interdizione dei sacri riti, finchŔ il p˛polo non abbia lavato quel sangue nel sangue degli uccisori. La moltit¨dine armata assale Como; gli abitanti, abbandonando a quel subitaneo furore la cittÓ, si rif¨giano sulla rupe del Baradello; poi, vedendo le fiamme accese dalla vendetta, si pŔntono della loro debolezza; discŔndono impetuosi; c˛lgono i nemici fra la confusione della vittoria, e li dispŔrdono. Al ritorno, gli umiliati guerrieri gi¨rano sull'altare di non deporre le armi, se prima Como non Ŕ distrutta. Como arma tutti i suoi montanari, dai confini del Vallese a quei del Tirolo; i Milanesi trÓggono seco una lega di d˛dici cittÓ; navi armate combÓttono sui laghi; artŔfici genovesi fanno castelli da guerra, e altre mÓchine della romana milizia, obliate nell'abbrutimento dell'era g˛tica. I Comensi, ridutti all'estremo, sÓlvano su le navi le mogli e i figli, si chi¨dono nel castello di Vico; e infine, dopo dieci anni di guerra, cŔdono vinti, e inÓlzano intorno all'atterrata patria le capanne dell'esilio. ľ Si direbbe che queste cittÓ inferocite c˛rrano alla loro distruzione; eppure, fra quelle battaglie il p˛polo cresce; fra quelle depredazioni si svolge un'ins˛lita prosperitÓ; e dai sŔcoli precedenti a quel sŔcolo v'Ŕ un trapasso come dalla putrŔdine del sepolcro al fermento della vita.

 

 

XXII.

 

Quando Federico I, fatto re di Germania nel 1152, ebbe adunata la Dieta in Costanza, due cittadini lodigiani si fŔcero nel mezzo con una croce di legno su le spalle, e gettÓndosi a' suoi piedi, invocarono giustizia contro Milano, la quale, dopo avere omÓi da quarantad¨e anni distrutta la loro cittÓ, opprimeva i cittadini dispersi nella campagna. Federico desideroso di ridurre a obedienza Milano, quando venne a convocare la Dieta ItÓlica, sul piano di Roncalia alla foce della Nura nel Po, fece umilianti comandi ai c˛nsoli milanesi Oberto Dell'Orto e Gerardo Negro, i due famosi autori dei libri del diritto feudale. Con quelle altiere intimazioni e colle pi¨ altiere risposte si accese una guerra di trent'anni. ľ Tortona fu presa per sete; i pÓllidi e consunti guerrieri vŔnnero accolti in Milano, che mand˛ le milizie di quattro porte a rialzare a sue spese la smantellata cittÓ. Nel mezzo dell'˛pera gli alleati imperiali assaltÓrono i lavoratori; alcuni capitani si rifugýrono dal combattimento in una chiesa. I c˛nsoli milanesi imp˛sero loro una nobil pena, affiggendo i loro nomi disonorati alle porte del duomo. ľ La piccola Crema arrest˛ tutta la potenza dei feudatarj Germani e ItÓlicý per sei mesi; e cadde con tutti gli onori dei prodi sventurati. ľ Sotto il castello di CÓrcano, nel Piano d'Erba, Federico rovesci˛ e prese lo stendardo sacro dei Milanesi; ma prima di sera era fugitivo in Como, le sue tende Ŕrano prese; i suoi alleati, prigionieri. ľ Intanto un incendio distrusse i výveri, accumulati in Milano per resýstere all'assedio; Federico con centomila combattenti gir˛ vastamente tutta la campagna, troncando gli Órbori, ardendo le case, mutilando chiunque apportasse výveri alla cittÓ, ch'era divorata dalla pi¨ aspra fame. Alla fine i cittadini domati uscýrono dalle mura; s'avviÓrono al campo di Federico, che, ritrÓttosi a venti miglia di distanza, aveva lasciato fra l'esŔrcito e la cittÓ il vuoto spazio della desolata campagna. Prima trecento cavalieri dep˛ngono al suo piede le spade e le insegne; poi viene lo stuolo dei personaggi consolari; poi il carro del sacro stendardo; poi tutti i combattenti, emunti dal lungo digiuno, colla croce su le spalle. Al suono delle trombe municipali, il vinto stendardo cade, lo sventurato p˛polo si atterra; i capitani vincitori rŔstano att˛niti e commossi al pianto. Il solo Federico non si muta; comanda che i vinti colle loro mani abbÓttano ampiamente le mura, perchŔ vuole entrarvi con tutto l'esŔrcito in ˛rdine di battaglia. Avventa le soldatesche contro la vuota cittÓ; e salve solo le chiese di Dio, fa di tuttoci˛ che appartiene agli u˛mini un c¨mulo di ruine. I cittadini si spÓrgono pei campi in tugurj di paglia.

Dopo che per cinque anni Ŕbbero sofferto i pi¨ gravi disagi, apparve un giorno fra i loro p˛veri tugurj un frate del convento di Pontida, seguito da squadre d'armati delle vicine cittÓ. Veniva a ricondurli entro le mura e a rialzarle. ľ Tre anni dopo, la potenza e la perseveranza di Federico Ŕrano finalmente domate sul campo di Legnano; era seminata di cadÓveri tutta la landa tra l'Olona e il Ticino; ed ei lasciando in mezzo alla strage le sue armi e il suo cavallo, andava fuggitivo a celarsi, come la tradizione narra, in una caverna. ľ Alla vittoria successe pi¨ tardi la famosa pace di Costanza (an. 1183), che compose le ragioni dell'imperio colle necessitÓ della guerra, in un modo che rammenta l'antico stato dei municipj romani, accresciuto solo da un troppo largo arbitrio di pace e di guerra. Nell'anno seguente Federico venne ˛spite a Milano; allora si vide risplŔndere la cavalleresca cortesýa dei tempi, e nel p˛polo che lo accolse festoso, e nel prýncipe che consentý a rialzare le mura di Crema, che aveva smantellate. Cosý dal seno della distruzione surgŔvano pi¨ forti e pi¨ belle, Milano, Crema, Como, Asti e Tortona; il circ¨ito di Milano era dilatato sino alla fossa che ora Ŕ navigÓbile; Lodi fioriva nella nuova sua sede sull'Adda; e la colonia municipale d'Alessandria segnava sul TÓnaro il lýmite della feudalitÓ subalpina, ferma ancora nelle terre del Monferrato e del Piemonte. Sulla nostra pianura era giÓ tracciato il Naviglio del Ticino, ancora studiato oggidý fra le meraviglie dell'arte moderna; pochi anni dopo, il gran canale della Muzza faceva della pianura lodigiana un modello d'agricultura, mentre al principio della guerra, tutto lo spazio fra Milano Lodi e Pavýa era una cosý erma solit¨dine, che quando vi fu condutto Federico coll'esŔrcito, credŔ d'esser výttima d'un tradimento.

 

 

XXIII.

 

Negli anni seguenti, le famiglie tribunizie dei Marcellini e dei Cotta continuÓrono ad estirpare la feudalitÓ; abolýrono le tariffe che sembrÓvano vŔndere la licenza dell'omicidio; persuÓsero ai valvassori di rinunciare i loro squÓllidi fŔudi ai capitani, per farsi lýberi u˛mini del commune; invÓsero i fŔudi del Monferrato e della Savoja; e nel mezzo di quelli, costruýrono la rocca di Cuneo, asilo ai fuggitivi. Federico II riaccese la guerra contro le cittÓ lombarde; trasse in Lombardia le trib¨ Órabe della Sicilia e dell'Apulia. I nostri intrŔpidi padri le affrontÓrono a Camporgnano; allagarono di notte il campo nemico; lo avviluppÓrono fra un labirinto di fossi. ľ In quegli anni si výdero generosi fatti. Il p˛polo milanese, dolente dei soprusi feudali non peranco estinti, ricusava di prŔndere le armi contro i Pavesi, che devastÓvano i poderi dei capitani. I gi˛vani cavalieri escýrono senza il p˛polo e respýnsero i predatori; ma nell'ebbrezza della vittoria non serbando gli ˛rdini della prudenza militare, f¨rono raggiunti dai nemici nel ritorno, e messi alle strette. A quell'annunzio il p˛polo, immŔmore d'ogni altra cosa, corse alle armi, e giunse in tempo a salvarli (an. 1242). ľ Panera Bruzzano, il pi¨ alto e pi¨ forte dei nostri campioni, sfidato sul campo a singolar tenzone dal re Enzo, figlio di Federico, lo vinse e lo fece prigione. Ma i Milanesi, senza far vendetta dei prigionieri slealmente uccisi, lo lasciÓrono lýbero, a patto che non portasse le armi contro la loro cittÓ. ľ Voleva il p˛polo abolita la legge che stabiliva a sette lire e d˛dici soldi il valore della vita d'un plebŔo ucciso da un feudatario. Uno dei signori da Landriano aveva ucciso a tradimento il suo creditore Guglielmo Salvo. Il cadÓvere sanguinoso, scoperto sotto un mucchio di paglia, portato a Milano, ed esposto sulle piazze, accese di furore il p˛polo, che cacci˛ tutti i capitani; quindi and˛ di terra in terra ad espugnare le castella rurali. Si fŔcero molte paci; quella che fu detta di S. Ambrogio riconobbe nelle famiglie dei cavalieri e dei cittadini egual diritto a tutti gli onori consolari. Ma la legge bÓrbara delle campagne, e la legge romana delle cittÓ non potŔvano stare in pace sullo stesso terreno; la guerra era nella natura delle cose. Il p˛polo cacci˛ di nuovo i capitani; rifugiati in Como, li perseguit˛ e li espulse; ma nell'incÓuto ritorno venne circondato fra le paludi di Prato Pagano, e ridutto a dure condizioni. Vinse di nuovo, e cacci˛ i capitani, che invocÓrono il braccio del terribile Ezzelino. Questi passa l'Ollio, l'Adda, giunge fino a Vimercato; ma le milizie di tutte le cittÓ lo accŔrchiano; ripassa l'Adda, Ŕ raggiunto, un gi˛vine bresciano lo ferisce e lo atterra; condutto prigione nel castello di Soncino, si squarcia le ferite e muore. Con lui cade la feudalitÓ nella Venezia, per frutto di battaglie combattute sul nostro terreno.

 

 

XXIV.

 

Correva la metÓ incirca del sŔcolo XIII. Spuntava l'era moderna; Ŕrano i tempi in cui nacque Dante; omai la nazione italiana era adulta e cominciava un nuovo ˛rdine di cose. Il p˛polo colle armi alla mano aveva tratto dalla feudale ineguaglianza un viver civile; ma la guerra, fra il risurgimento di tutte le industrie, tornava a farsi arte; e i cittadini non potŔvano nello stesso tempo attŔndere ai mestieri della pace, e pareggiare i gi˛vani delle famiglie militari nel maneggio delle armi e dei cavalli. I magistrati avrŔbbero potuto agguerrire a spesa commune il fiore della giovent¨ cittadina; pensÓrono invece con fatale consiglio d'assoldare cavalieri d'altro paese, non imbevuti d'odj cývili. Il primo capitano del p˛polo fu Oberto Pallavicino, condutto per cinque anni. Col carroccio d'Ariberto era cominciata un'era d'esaltazione morale; collo stipendio d'Oberto Pallavicino ricominci˛ un'era di morale debolezza. D'allora in poi si vide un p˛polo di pazienti e ingegnosi lavoratori in lana, in seta, in armi di famosa tempra, in metalli preziosi, esinanirsi nella fatica, in p˛vere case, sotto crescenti gabelle, colle quali i suoi capitani, ora guelfi ora ghibellini, pascŔvano squadre di mercenarj d'ogni parte d'Italia e sopratutto Romani e Romagnoli, ma pi¨ spesso stranieri, Catalani, Tedeschi, Guasconi, Bretoni, Inglesi, stradiotti d'Albanýa. In ogni cittÓ v'era una o pi¨ fortezze; nel cui secreto le famiglie dominatrici conducŔvano una vita impopolare, spesso nelle crudeltÓ e nelle dissolutezze, nutrendo migliaja di cani e di falconi e sollazzÓndosi con nani e menestrelli. Questa vita di sospetti senza pensiero e di splendore senza dignitÓ, durava finchŔ un vicino pi¨ výgile o pi¨ pŔrfido, o infine un invasore straniero, collo sproporzionato peso delle forze d'un regno, li snidasse da quelle tristi delizie, e li precipitasse nell'antica oscuritÓ. "Tal fortezza fu a danno e non a sicurtÓ de' suoi eredi, perchŔ giudicando mediante quella viver sicuri, e poter offŔndere i cittadini e s¨dditi loro, non perdonÓrono ad alcuna generazione di violenza, talchŔ perdŔrono quello stato come prima il nemico gli assalt˛..." (Macchiavelli).

 

 

XXV.

 

A domar l'Ónimo bellicoso delle nostre plebi contribuý un'istituzione che cangiava le arti in esercizio di penitenza. Prima ancora d'Ariberto (an. 1014), alcuni cavalieri milanesi andati in Germania prigionieri d'Enrico I, e nel tedio dell'esilio dÓtisi a vita laboriosa, fŔcero voto di perseverarvi anche rŔduci in patria. Il p˛polo li rivide con meraviglia nelle vie della cittÓ con ampie vesti pelose e berretti di straniera forma; si chiamÓvano gli umiliati; e attŔsero all'arte della lana. In breve Ŕbbero trenta case d'u˛mini e trenta di donne; si trapiantÓrono in tutte le cittÓ d'Italia; Firenze deve loro quell'arte, che tanto conferý alla sua potenza. FondÓrono ric˛veri nei passi delle Alpi; e d'ospizio in ospizio, difendŔndosi col nome della religione dai rapaci castellani che intercettÓvano le strade, contribuýrono a collegare l'industria di Milano colle piazze del settentrione e del mezzodý.

Ma le austere opinioni insinuate per tempo nel nostro p˛polo fermentÓrono in sette religiose, che annunciÓvano la riforma della chiesa, del sacerdozio, della magistratura, delle pompe cavalleresche. Il pi¨ formidÓbile tra i riformatori fu Arnaldo da Brescia, discŔpolo prima in Parigi d'Abailardo, poi suo difensore. La contrita e rýgida sua vita faceva meraviglia anche ai santi (Homo est neque manducans neque bibens... habens formam pietatis... Cujus conversatio mel... cui caput columbŠ. S. Bern.). ľ Quando il vŔscovo di Brescia diede a un garzone di d˛dici anni una ricca parochia, Arnaldo rinov˛ le querele che Arialdo Alciato aveva levate in Milano; inveý contro le famiglie, che vendŔvano, infeudÓvano, donÓvano come cosa propria i beni della chiesa: contro il pastore, che dava in fŔudo a cavalieri le regalýe della sacra mensa, per fÓrseli vassalli, e adoperarli in imprese profane e crudeli: contro i beneficiati, che vivŔvano con lusso mondano, e si tenŔvano con týtolo di spose le figlie dei potenti. Voleva che i beni della chiesa f˛ssero governati da un consesso di popolani, i quali, distribuito ai sacerdoti un ¨mile alimento, e compiuti i sacri riti, largýssero il resto ai poverelli di Dio. Ma i violenti consigli accŔsero la guerra civile; Arnaldo fu costretto a fuggire sotto il peso di capitale accusa; sparse in Zurigo le sue dottrine; err˛ per la Francia; e perý miseramente in Roma, consegnato da Federico I a' suoi nemici. Nell'intervallo tra i due Federici, il nostro p˛polo si ordinava in sette di vario nome. L'inquisizione romana le represse col ferro e col foco; ma i cavalieri ghibellini, nemici della chiesa, le ricettÓrono nelle loro castella, le protŔssero armata mano, e cogli omicidj vendicÓrono i supplicj. L'inquisitore Pietro da Verona venne trucidato nelle selve del SŔveso, un altro sul ponte di Brera, un altro nella Valtellina.

FinchŔ il potere ondeggi˛ tra i cittadini guelfi capitanati dai Torriani e i feudatarj ghibellini capitanati dai Visconti, la lutta delle opinioni dur˛ dubiosa. Ma dopochŔ la fortuna dei Visconti prevalse, essi mýsero ogni loro fiducia nelle armi stipendiate e nelle fortezze, deprimendo con mano di ferro tutte le parti, minacciando di morte chi solo di guelfý e ghibellini proferisse il nome. Quindi, con industria poderosa e con vasto commercio di derrate e di banco, le cittÓ lombarde non con˛bbero quella lýbera cultura letteraria, che il governo popolare per tre sŔcoli foment˛ in Firenze; sicchŔ parve che per fatto di natura l'ingegno fosse pi¨ potente in Toscana che fra noi.

 

 

XXVI.

 

Verso i principj del dominio dei Visconti (an. 1311), troviamo fatta la pi¨ antica menzione dell'uso delle bombarde, ossia delle artiglierýe, colle quali i Bresciani si difŔsero contro l'imperatore Enrico di Lussemburgo. Nel 1331 se ne fece uso all'assedio di Forlý; nel 1334 in quello di Bologna, la pi¨ antica memoria presso i Francesi Ŕ del 1340; presso gli Inglesi, del 1343, alla battaglia di CrÚcy; presso gli AnseÓtici, del 1360. Circa 65 anni dopo l'assedio di Brescia, l'artiglierýa prende a nuova perfezione dalla mano di Bertoldo Schwartz, che ne fu poi detto inventore.

Dei Visconti i pi¨ f¨rono d'Ónimo grande; alcuni pochi f¨rono d'abjetta e quasi delira crudeltÓ. Ottone e MattŔo, fondatori di quella potenza, f¨rono perseveranti e destri nelle avversitÓ delle guerre e degli esili. Marco, prode cavaliero, vinse gli Angioini sotto GŔnova, il catalano Cardona sul Po, Enrico di Fiandra sull'Adda. Azzone, signore di dieci cittÓ, e in aspetto omÓi di regnante, favorý le arti, chiam˛ Giotto a dipýngere il suo palazzo, fece il ponte di Lecco, forse il maggiore che allora fosse, coperse le cloache, inalz˛ la torre delle Ore. ľ Quando un poderoso esŔrcito di mercenari, congedato dal Signor di Verona, si prese a condottiero il ribelle Lodrisio Visconti, e venne devastando orribilmente il paese fino a Parabiago sull'Olona; colÓ, quasi su le medŔsime campagne ov'era caduta la potenza di Federico imperatore, si combattŔ sulle nevi una delle pi¨ sanguinose battaglie del medio evo. Gli stranieri avŔvano giÓ ucciso uno dei generali milanesi, e preso l'altro, ch'era Luchino Visconti, quando la cittadinanza, agitata dal perýcolo di cader preda a gente senza legge e senza pietÓ, sopragiunse in soccorso; strapp˛ Luchino di mano ai vincitori; fece prigione il vincitore Lodrisio, al quale il clemente Azzone concesse la vita. Le menti infervorate nella mischia výdero il patrono del p˛polo S. Ambrogio, il cui stendardo si portava nelle battaglie, scŔndere dal cielo, dispŔrdere i bÓrbari a colpi di sferza; e da quel giorno su le monete e le insegne popolari il mansueto pastore si dipinse sempre in atto d'impugnare quello strumento della vittoria.

I fratelli Luchino e Giovanni f¨rono gentili ˛spiti al Petrarca. F¨rono signori in GŔnova; e la loro insegna sventol˛ sulle navi che in MorŔa trionfÓrono di Nicol˛ Pisani. ľ Bernab˛ era l'ideale del ghibellino; non temeva nŔ gli u˛mini nŔ Dio. Quando i legati pontificj gli si fŔcero incontro sul ponte del Lambro per intimargli una bolla nimichŔvole, egli impose loro di mangiar la bolla e i sigilli; ed era uomo sý terrýbile che il suo comando fu obedito. Si compiaceva di taglieggiare i poderi degli ecciesiÓstici; e forse fu il primo che pareggiasse i cÓrichi di tutti i beni, come ben tardi fece la rimanente Europa. Mentre a Trezzo sull'Adda faceva gettare un meraviglioso ponte d'un arco solo, suo fratello Galeazzo, ornando d'aque il parco di Pavýa, dava l'esempio d'un gran giardino a paese; fondava l'universitÓ di Pavýa; mandava ambasciatore il Petrarca in Germania e in Francia; e lo induceva ad abitar lungamente. ora in romita parte della cittÓ, ora fra i solitarj prati di Linterno.

Galeazzo assediava Pavýa. L'austero agostiniano JÓcopo de' Bussolati esort˛ i cittadini a non lasciarsi cadere in dominio d'un prýncipe. Quando li ebbe accesi delle sue calde parole, aperte le porte da terra e dal fiume, li guid˛ ad assalir le bastite nemiche, e le navi sul Ticino e sul Po. Vincitore, rivolse la voce contro i Beccarýa, troppo pi¨ potenti che non la legge in quella cittÓ; i cittadini gli si strýnsero intorno armati; egli elesse venti tribuni; e quando ogni tribuno gli ebbe condutto cento armati, intim˛ l'esilio ai Beccarýa, distrusse le loro case. ľ In un nuovo assedio, colle gioje offerte in sacrificio da tutte le donne, compr˛ i soccorsi dal Monferrato, liber˛ la cittÓ. ľ Ma in un terzo assedio, involto fra la pestilenza e il tradimento, infine si arrese; assicur˛ il destino altr¨i, solo per sŔ nulla stipulando; ma Galeazzo perdon˛ i suoi errori alla puritÓ de' suoi costumi, e generosamente gli impose di ritirarsi in un convento.

 

 

XXVII.

 

Il pi¨ grande dei Visconti fu quel Gian Galeazzo, che primo si chiam˛ Duca, ed ebbe l'Ónimo di porre le fondamenta del nuovo Duomo, la pi¨ mirÓbile delle costruzioni cristiane; nŔ pago di ci˛, vi aggiunse quell'altra meraviglia della Certosa di Pavýa. ľ Il venturiero Giovanni d'Armagnac comparve a quei tempi sotto Alessandria con diecimila cavalli e molte fanterýe, e insult˛ JÓcopo dal Verme chiuso nella fortezza. Ma il valoroso capitano lo avvilupp˛, lo disfece, e in pochi giorni prese l'esŔrcito e il condottiero, che ferito, e accorato di tanta ignominia, morý. Galeazzo pervenne a dominare trentad¨e cittÓ, fra cui GŔnova, Pisa, Siena, Perugia, Assisi, Nocera, Spoleto, Bologna, Parma e Piacenza, la Terraferma VŔneta fino a Feltre e Cividale, tutte le pianure del Piemonte; era quasi il regno dei Longobardi, ma pieno di ricchezze e di vita. Infine egli intraprese a stringere del tutto la rep¨blica fiorentina, occupando con d˛dici mila cavalli e diciottomila fanti tutti i passi dell'Apennino e dell'Arno. Voleva dopo la vittoria comparire ei medŔsimo in Firenze, incoronarsi re d'Italia, quando la morte dissip˛ tutti i sogni di quella grandezza.

Pi¨ magnÓnimo che assennato, egli non vide con quali interni výncoli si stabilýscono i regni; e morendo divise il dominio a tre figli minorenni; nŔ lasci˛ loro altra sicurtÓ che la fede dei conduttieri. Tosto fu messo in brani lo Stato; i Cavalcab˛ si fŔcero signori a Cremona, i Benzoni a Crema, i Rusca a Como, i Sacchi a Bellinzona, i Vignati a Lodi, i Suardi a BŔrgamo, i Malatesti a Brescia, i Terzi a Reggio e Parma e Piacenza; Facino a Novara e Tortona e Alessandria; Siena torn˛ libera; il Monferrato ebbe Vercelli; e la vŔdova di Galeazzo, per amicarsi i VŔneti, cedŔ loro Verona, Vicenza, Feltre, Belluno; e allora cominci˛ il dominio vŔneto in Terraferma, e un'era novella per quella rep¨blica. Il solo JÓcopo dal Verme ebbe pari il valore e la fedeltÓ. La discordia penetr˛ nella famiglia ducale e nel consiglio secreto; Bucicault, luogotenente di Francia a GŔnova, chiamato, occup˛ Milano, spogli˛ i cittadini, fals˛ le monete, e venne discacciato. Il gi˛vine duca, libertino e crudele come Nerone, fu pugnalato da uno stuolo di patrizi. Allora Filippo Visconti, sposando Beatrice Tenda, vŔdova del conduttiero Facino, acquist˛ le sue armi e le sue fortezze; e tosto con mirÓbile velocitÓ riebbe Vercelli, Como, Lodi, Crema, BŔrgamo, Brescia, Parma, Piacenza, GŔnova, Savona, Imola, Faenza e Forlý. ľ Bisogna che le cittÓ una volta assoggettate o si facŔssero propense a quel dominio, pi¨ aspro che maligno, e veramente benŔvolo all'¨mile industria e ai lontani commercj, o fossero attratte dalla vasta mole; le amministrazioni Ŕrano pur sempre municipali; e pareva migliore un prýncipe grande e lontano, che un vicino e bisognoso oppressore.

 

 

XXVIII.

 

Era appena trascorso un sŔcolo, dacchÚ aveva cominciato la tarda libertÓ degli Svýzzeri; e giÓ le loro fanterýe di bronzo palesÓvano la debolezza delle soverchie cavallerýe dei conduttieri. Dopo che Carmagnola e PŔrgola Ŕbbero ricuperate a Filippo Visconti le valli della Toce e del Ticino, le armi loro f¨rono troppo vicine alle svýzzere. Il primo incontro in quelle anguste gole riescý arduo agli u˛mini d'arme; ma Carmagnola, capitano d'alto intelletto, fatti smontare i suoi, li ricondusse alla prova, e ne uscý vittorioso; ancora oggidý presso la Chiesa Rossa d'Arbedo si addýtano le tombe dei vinti Svýzzeri.

Il pi¨ splŔndido momento del dominio dei Visconti si fu quando, vinti e fatti prigioni nella pugna navale di Ponza (an. 1435) i due re Alfonso d'Aragona e Giovanni di Navarra della flotta di GŔnova, la quale portava allora l'insegna del serpente, gli illustri prigionieri f¨rono addutti nel castello di Milano; dove il nostro duca, con pi¨ cortesýa che arte di stato, li pose in libertÓ, e li onor˛ con feste suntuose. ľ Languiva allora da molti anni, nel cÓrcere di Monza, il gi˛vine cavaliero Venturino Benzone, che aveva militato nell'esŔrcito del Carmagnola, giÓ divenuto nemico di Filippo, e passato al comando dei VŔneti. La figlia di Carmagnola lo voleva suo sposo; ma il vecchio Giorgio Benzone, padre di Venturino, tuttochŔ spoglio del suo principato e ramingo, sdegn˛ alteramente il parentado del soldato, che nato contadino era salito a improvisa fortuna. Il disprezzato Carmagnola si vendic˛, abbandonando Venturino al nemico in una fortezza. Il prigioniero, erede del ribelle signore di Crema, e preso colle armi alla mano contro lo Stato, doveva morire; ma un zio, ch'egli aveva nella casa del duca, gli implor˛ un indugio alla morte, e tanto fece che rimase obliato nel cÓrcere. SenonchŔ nelle splŔndide giostre date ai re prigionieri, apparve un Gonzaga di MÓntova cosý bello e prode cavaliero, che nessuno dei campioni del Duca potŔ tenergli fronte. Ne doleva fieramente al superbo Filippo. Allora il vecchio Corio, il zio di Venturino, venne a dirgli che vi era pure nel suo Stato un guerriero, che solo fra tutti poteva výncere la prova. Il duca tutto lieto acconsentý; Venturino, tratto dal cÓrcere, adorno d'armi preziose, comparve improviso nell'¨ltima giornata, come uomo che risurge dal sepolcro; rimand˛ sconfitto il Gonzaga; ebbe la libertÓ, il dono d'un palazzo in Milano, e d'un castello nell'Astigiana; e spos˛ la giovinetta del suo cuore, la figlia di Princivallo d'Asti.

 

 

XXIX.

 

Nel 1421, Carmagnola era entrato in Brescia colle armi di Filippo; cinque anni dopo, nello stesso giorno (16 marzo), vi entr˛ colle armi vŔnete; per sei mesi ancora si combattŔ intorno al castello; e solo al cader dell'anno Brescia fu tranquilla. Ma in d˛dici anni il generoso p˛polo s'affezion˛ tanto a quella modesta e non umiliante signorýa vŔneta, che quando il Piccinino comparve con ventimila u˛mini per ricuperarla a Filippo, era troppo tardi. I Bresciani, sospese tosto le domŔstiche inimicizie, proferýrono al magistrato i loro averi, spianÓrono le case dei sobborghi, munýrono di ricche artiglierýe le mura; fŔcero una compagnýa di quattrocento che chiamÓrono immortali, perchŔ altri dovŔvano prender sempre il posto dei caduti. Il nemico batteva le mura con ottanta cannoni; i cittadini battŔvano le chiese ov'era alloggiato; ogni giorno egli scendeva dai colli a combÓttere; ogni giorno gli assediati uscývano dalla cittÓ. Chiusi i tribunali e le officine, rifugiati nelle chiese i vecchi e gl'infanti, tutti i cittadini Ŕrano sulle mura; tutte le donne, sotto il comando di Brýgida Avogadro, Ŕrano tra il foco, a sollevare i feriti, a dar mano alle ˛pere di difesa. Scaricate tutte le artiglierýe per nasc˛ndersi col fumo, Piccinino sbocc˛ dalle sue trincŔe, diede l'assalto da due parti; fra il rintocco di tutte le campane e le grida delle donne, cominci˛ all'alba un combattimento che arse fino a sera. Il nemico respinto battŔ le mura per altri d˛dici giorni, poi le assalt˛ da tre parti; le artiglierýe dei cittadini, mirabilmente appuntate, fŔcero strazio delle file nemiche lungo il piede della breccia; gli elmi infranti e sanguinosi Ŕrano sbalzati duecento passi lontano; infine la battaglia stretta sospese il foco; le donne versÓvano dalle mura olio bollente e pece infocata; si combattŔ fino a sera; poi tutto il dý seguente. Piccinino aveva perduto settemila soldati; l'esŔrcito fremeva dell'inutile sua pertinacia; egli sciolse l'assedio, and˛ sul lago e sui monti; lasci˛ la cittÓ tra la peste e la fame. ľ I VŔneti mandÓrono intanto su per l'Adige trenta navi; le trÓssero per terra dietro il monte Baldo; le lanciÓrono inaspettate su le acque del Benaco. I loro capitani, TaddŔo d'Este, Sforza, e Gattamelata, s'inoltrÓrono nei monti da una parte, mentre il bresciano Avogadro e il conte di Lodrone tentÓvano il passo dall'altra; ma un convoglio di výveri scortato da mille cavalli venne intercetto; le navi vŔnete sul lago affondate o prese; TaddŔo d'Este prigioniero. Allora tutto l'esŔrcito vŔneto si spinse nelle valli del Tirolo; i Bresciani uscýrono dai monti; Piccinino preso in mezzo e disfatto si ripar˛ con dieci cavalieri nel castello di Tenno. Ma nella stessa notte, l'astuto capitano, giovÓndosi della breve statura che gli aveva dato il nome, si fece portar fuori in un sacco, come cadavere d'un appestato. GettÓtosi in una barca, raccolse le sue genti in quella stessa notte; e mentre il nemico lo credeva certa preda nel castello, egli vol˛ a Verona, ove teneva secreti accordi; scal˛ le mura; prese la cittÓ; ma non la fortezza. I VŔneti delusi sopravŔnnero a furia; Verona, perduta da quattro giorni, fu ricuperata. ľ Intanto a Brescia si moriva di fame; l'inverno era asprýssimo; non v'Ŕrano výveri, nŔ legna, nŔ strami; Ŕrano agghiacciate le fosse della cittÓ; e i nemici ad ogni istante sotto le mura. Attraverso alle desolate campagne appena si poteva apportar combattendo qualche pane bagnato di sangue; metÓ degli abitanti era perita, i supŔrstiti si sostentÓvano d'erbe selvagge e d'animali immondi. ľ Ma sull'aprirsi della primavera l'incostante Filippo richiam˛ Piccinino, lo mand˛ contro Firenze; apparve sul lago una flottiglia vŔneta; Garda e Riva f¨rono espugnate; Sforza vincitore pass˛ il Mincio a insegne spiegate. ľ I VŔneti invitÓrono cento cavalieri Bresciani a ricŔvere le pi¨ solenni grazie del doge. Brescia rimase s¨ddita; ma con autoritÓ di mutare le sue leggi municipali, e con giurisdizione su tutto il territorio; il nome vŔneto divenne pi¨ caro ai Bresciani, che in tutte le guerre d'Italia e d'Oriente f¨rono sempre pr˛dighi a Venezia di denaro e di combattenti. ľ I fatti di quell'assedio pr˛vano due cose contro la maggioranza degli scrittori: ľ che il fondamento del dominio vŔneto non era il terrore, ma una n˛bile amicizia dei p˛poli, ľ e che le guerre dei conduttieri, prima della discesa di Carlo VIII, non Ŕrano di giostre pompose, ma di fiere battaglie.

 

 

XXX.

 

I Duchi di Milano non avŔvano un potere nato coi p˛poli e intessuto alla legge e alla tradizione; Ŕrano privati; posti per forza e per arte disopra agli eguali. Quindi nelle case ghibelline uno sdegno di quella grandezza frodata; e nelle case guelfe la fede indelŔbile ch'era un diritto tolto alla chiesa e al commune. La chiesa e l'imperio f¨rono sempre i due divisi principj, all'uno o all'altro dei quali corrŔvano le menti, bisognose d'afferrare un filo di ragione e di stabilitÓ tra le vol¨bili fortune dei conduttieri. I Visconti, in mezzo agli u˛mini d'arme e alle fortezze, dovŔvano ancora acquistarsi il týtolo ora di Vicarj imperiali, ora di Vicarj pontificj. Gian Galeazzo, egli che voleva morir coronato, pag˛ centomila scudi d'oro il nome di duca. Quando il re Sigismondo scese senz'armi a cýngere la corona d'Italia, l'astro dei Visconti impallidý; gli eredi dei fŔudi ghibellini accorrŔvano al suono del nome imperiale. Indarno il Petrarca giÓ da lungo tempo aveva detto ch'era un nome vano e un ýdolo; intorno a quell'ýdolo e nel suo nome essi ritornÓvano eguali, eguali per un giorno, ai loro armati signori. ľ Non poteva Filippo Visconti mostrarsi fra il tumulto di quegli omaggi; parer s¨ddito; non pi¨ prýncipe, ma gentiluomo di prýncipe. E si rinserrava tenebroso e torvo nel suo castello di Porta Giovia, ad aspettare che quella pompa di teatro, quella fedeltÓ di sediziosi trapassasse; e rimanesse la sola terrýbile realtÓ della spada e della scure nella sua mano. Ma le famiglie riportÓvano nelle interne case rinovata la memoria d'obedire alla forza e non al diritto; e l'inusitata pompa la improntava indelebilmente nelle Ónime dei loro figli. ľ Tutte dunque le nostre istorie, cosý sotto i CŔsari come sotto i Duchi, e le due calamitose decadenze che seguýrono, sono prove solenni che tra la forza e il diritto s'interpone un insuperÓbile abisso.

 

 

XXXI.

 

Alla morte di Filippo, alcune famiglie v˛llero creare d'improviso una rep¨blica sýmile alla vŔneta; ma Ŕrano senza milizie nazionali, e i conduttieri di Filippo le inv˛lsero in mille tradimenti. NŔ un governo municipale d'una sola cittÓ poteva trar seco le altre; e Venezia, che pur lo doveva, troppo tardi prese a strýngerle in lega. Tuttavýa per pi¨ di due anni si sostenne qualche sembianza di stato popolare; non senza qualche prova di virt¨. VigŔvano, una delle pi¨ industri cittÓ del ducato, fece una valorosa resistenza a Francesco Sforza; si výdero le donne prŔndere sulle mura le armi dei caduti, combÓttere anch'esse; uno stuolo d'assalitori, nel discŔndere per le ruine entro la cittÓ, scivol˛ sul pendýo del terreno l¨brico di sangue, e stramazz˛ alla rinfusa; parve quello un prodigio; parve che un'arcana mano li fermasse; s'arretrÓrono tutti esterrefatti. Bast˛ quel respiro a salvar la cittÓ, ch'ebbe il tempo d'arrŔndersi, e scansare gli orrori del saccheggio. ľ Francesco Sforza entr˛ in Milano dopo l'assedio come Enrico IV in Parigi; i suoi soldati, cÓrichi di pane, si lasciÓvano depredare dalle turbe famŔliche. Il primo pensiero del nuovo regnante fu di ristaurare il castello, smantellato dai republicani; si vide che gli Sforza non volŔvano regnare sugli Ónimi e cogli Ónimi; e il savio cittadino Giorgio Piatto predisse le sventure che poi sopravŔnnero. Sforza ebbe pace dai VŔneti, perchŔ Costantin˛poli presa allora dai Turchi (an. 1454) chiam˛ altrove i loro pensieri. Francesco si mostr˛ sagace, non aspettando che la rivale casa di Francia s'ingerisse del suo Stato, ma prese l'¨nica via di sicura difesa, ponendo egli le mani nelle cose di Francia; e mand˛ suo figlio a socc˛rrere Luigi XI, stretto dalla ribelle lega del ben p¨blico. La facilitÓ con cui le milizie italiane abbattŔvano le fortezze, fece stupore a quei p˛poli, e pales˛ tutto il vantaggio che l'inoltrata civiltÓ degli Italiani avrebbe dato loro in lontane guerre! Il re ne diede grazie al duca con solenne ambasciata; non second˛ le ragioni della casa d'OrlÚans sull'ereditÓ dei Visconti; e pose Sforza in possesso di GŔnova e di Savona; onde lo Stato Milanese ebbe di nuovo il n¨mero di quýndici cittÓ, fra le quali Parma e Piacenza, e quelle ora piemontesi di Novara, VigŔvano, Valenza, Alessandria, Tortona e Bobbio. Ma il vecchio Sforza tosto morý; suo figlio, fedele ai pensieri paterni, difese la Savoja contro Carlo il Temerario; ma poco di poi fu pugnalato nella famosa congiura di Lampugnano, Olgiato e Visconti. Barbaramente pomposo, quando intraprese colla sua sposa un viaggio a Firenze, con accompagnamento di cinquanta superbi corsieri, e d'una folla d'u˛mini d'arme, e di cortigiani ornati di collane d'oro e di velluti, con duecento muli da cÓrico, due mila cavalli e cinquecento coppie di cani, rimase umiliato dalla modesta e delicata eleganza fiorentina. ľ Poco dopo la sua morte, gli Svýzzeri, discesi nelle valli del Ticino, tentÓrono penetrare nelle Tre Pievi del Lario; ma gli abitanti li c˛lsero fra quelle strette e li respýnsero. Il governo Sforzesco volle snidarli allora anche dalla Leventina, il cui p˛polo era secoloro in alleanza. Il conte Torello con quýndici mila soldati e molte artiglierýe s'inoltr˛ nelle valli; incontr˛ i Leventini, comandati dal capitano Stanga di Giornico, che lentamente ritraŔndosi, lo condusse in un piano, inondato ad arte colle aque del Ticino. Era tardo dicembre; la notte rýgida converse la valle in un campo di gelo; all'alba i Leventini, correndo sul ghiaccio colle scarpe ferrate, assalýrono gli u˛mini d'arme, che non potendo reggersi in piede, cadŔvano d'ogni parte alla rinfusa sui loro cavalli, e sotto una frana di sassi, che i montanari dirupÓvano dalle imminenti balze. Ma il prode Stanga, cÓrico di ferite, al ritorno cadde moribondo sulla porta della paterna sua casa.

 

 

XXXII.

 

Il ducato era salito a mirÓbile floridezza colle arti della lana, della seta, dei metalli, e sopratutto delle armature; oltre a' suoi mercanti e banchieri, stabiliti in Francia e in Germania, possedeva il porto di GŔnova e si giovava di quello di Venezia; l'AmŔrica si scopriva a quei giorni, il Capo di Buona Speranza non era ancora girato; e la linea dei nostri laghi e del Reno era la gran via del commercio dall'Oriente alle Fiandre, ove facŔvano scala tutti i p˛poli del settentrione. ľ Nel condurre entro la fossa della cittÓ i marmi del Verbano, discesi pel Ticino e pel Naviglio, il triviale ripiego d'una chiusa per superare il soverchio pendio delle aque aveva a poco a poco fatto trovare la mirÓbile invenzione delle conche; per tal modo il Lario per l'Adda, e il Verbano pel Ticino, si riunývano sotto le mura della cittÓ. ľ Nell'architettura civile s'introduceva allora la varia e signorile maniera bramantesca, che pu˛ dirsi propria di quel sŔcolo e del nostro paese, e sola forse fra tutte le varietÓ di quell'arte si mostra pieghŔvole in tutto al moderno costume. Fioriva la pittura con Gaudenzio Ferrari, coi Luini, con tutta la scuola di Leonardo, che dipingeva allora la sua Cena, e architettava la c¨pola delle Grazie. Le famiglie dei Piatti, dei Calchi, dei Grassi fondÓvano scuole di lŔttere e di scienze dove l'insegnamento del cÓlcolo e della geometrýa diveniva un sussidio alla potenza industriale. D'ogni parte fiorivano le lŔttere italiane e latine; e nelle nostre chiese si vŔdono i sepolcri degli Ŕsuli greci, che diffondŔvano colla loro lingua la varietÓ e libertÓ dell'antica filosofia.

 

 

XXXIII.

 

Ma gli Sforzeschi, giÓ pericolanti per l'usurpata ereditÓ dei Visconti, accrŔbbero il pericolo colle discordie, v˛llero spogliarsi anche fra loro; e trÓssero sopra il loro capo e sopra la divisa Italia la pi¨ spaventosa tempesta. L'Italia era piena di forze e d'ingegni; per tutto ci˛ che nella milizia di mare e di terra Ŕ arte, superava di lunga mano tutte le nazioni; ma ogni cosa era instÓbile e arbitraria; ogni prýncipe aveva disegni suoi; ogni capitano, che avesse una bandiera di soldati, non viveva senza speranze di conseguire coll'arte o colla forza un principato. La rete d'una polýtica inestricÓbile invilupp˛ mani e piedi alla nazione, che fu da inetti nemici barbaramente spogliata e insanguinata. Lo Stato sforzesco era una raunanza di municipj senza nodo di consenso; anche le menti migliori pensÓvano alla propria cittÓ, nessuna alle altre, nessuna allo Stato. E sempre risurgeva la fatale difficultÓ d'un governo, che, non avendo radice nelle tradizioni e nelle opinioni, non nutriva fiducia nei s¨dditi; li amava pi¨ divisi che unÓnimi; pi¨ inermi e dappoco, che guerrieri e risoluti; riponeva sempre il sommo della speranza nelle castella e negli u˛mini comprati. E gli Svýzzeri, comprati da Ludovico il Moro, a Novara lo vendŔttero a' suoi nemici. In pochi anni tutte le cittÓ vŔnnero saccheggiate e contaminate ad una ad una. Lodi in trent'anni circa fu presa quýndici volte: fu saccheggiata da Svýzzeri, da Spagnoli; fu campo di battaglia tra Spagnoli e VŔneti. Le famiglie seminude fuggivano a Crema. Durante la lega di Cambray, i Cremaschi, disperando della fortuna di Venezia, accettÓrono presidio francese: ma vŔnnero disarmati e depredati; si cacciÓrono dalla cittÓ tutti gli u˛mini dai 15 ai 60 anni. Cittadini e contadini la riprŔsero allora valorosamente ai Francesi; assediati di nuovo dagli Svýzzeri, li sorprŔsero e tagliÓrono a pezzi a Ombriano. Ma la guerra aveva desolato le campagne, e dissipati i capitali; e la peste in cosý angusto territorio divor˛ 16,000 persone. Le donne, i fanciulli, le monache stesse fuggivano d'ogni parte a Lodi; non si pu˛ dire in quale delle due cittÓ si vivesse peggio. Il pi¨ lungo strazio fu in Milano, ove, dopo una pestilenza che aveva distrutto cinquantamila abitanti, gli Spagnoli imperversÓvano rubando, uccidendo, estorcendo denaro colle catene e coi tormenti, prendendo in pegno le donne, costringŔndole a portar terra alle fortificazioni, spogliando ignudi la notte quanti incontrÓvano per le vie, scalando le finestre, e trucidando chi gridasse o resistesse. Le nazioni che fŔcero sý indegno scempio d'un p˛polo che non le aveva offese, e che colle arti, colle lŔttere, colla scoperta d'un nuovo mondo le onorava e beneficava, non hanno veramente a risp˛ndere di quegli eccessi ora troppo lontani e sommersi tra le memorie del passato; ma dovrŔbbero almeno vergognarsi di vituperarne le výttime e di commendarne gli autori.

 

 

XXXIV.

 

Il ducato non mancava di forze militari; aveva tesori d'industria, tesori di crŔdito; ancora le vie di Parigi e di Londra p˛rtano il nome de' banchieri lombardi; lombardo in Francia suonava banchiere; e chi aveva denaro aveva soldati. Non era il p˛polo di Francia che combatteva le battaglie de' suoi re. Quando Francesco discese in Italia, aveva 22 mila fanti tedeschi, e poche centinaja di gendarmi francesi; e ancora in quel corpo non francese, l'anima, la mente era italiana; era Trivulzio, l'implacÓbile nemico della fortuna sforzesca. Trivulzio deluse gli Svýzzeri che avŔvano chiuse le alpi, finse d'avviarsi per le consuete vie; ne divis˛ altre nuove e inaccesse; scav˛ le rupi come Annibale; trasse i cannoni a braccia come Napoleone; come falco che piomba dalle nubi, sorprese Pr˛spero Colonna seduto ne' quartieri di Villafranca; con una corsa senza battaglie mise il re di Francia in Milano. Fu l'esŔrcito vŔneto che minacciando gli Svýzzeri alle spalle, li costrinse a svŔllere le bandiere dal campo di Meregnano. Fu Pr˛spero Colonna che alla volta sua piomb˛ sopra Milano, quando Lautrec dormiva; e gli Spagnoli che saccheggiÓrono Como, Ŕrano suoi soldati. Ma gli Stati d'Italia non avŔvano un principio civile, il quale potesse unire questi prodi sotto un'insegna, che non fosse quella dell'odio domŔstico o della privata fortuna; v'era una tradizione di diffidenza e di perversitÓ nei consigli delle corti. Poco prima della prigionýa del Moro, seimila ghibellini si armÓrono in odio al Trivulzio, lo cacciÓrono di Milano; ma Ludovico non bad˛ a quel valore; mercantava in quel momento medŔsimo gli Svýzzeri che dovŔvano tradirlo. Il cancellier Morone cacci˛ un'altra volta Trivulzio colle forze dei cittadini; poi li condusse alla presa d'Asti e d'Alessandria; poi colla voce del frate AndrŔa Barbato li accese di nuovo alle armi sulla piazza di S. Marco; li condusse sui prati della Bicocca ad affrontare gli Svýzzeri, e rimandarli pesti e sanguinosi alle loro montagne. I gi˛vani seguýrono un'altra volta il loro duca, e cacciÓrono i Francesi d'Abbiategrasso; ma tra le spoglie dei caduti racc˛lsero il germe d'una pestilenza che divor˛ cinquantamila cittadini. Un altro dei nostri, il MŔdici di Meregnano, consumava indarno il suo valore a fondarsi un principato sopra una rupe del Lario; si vendeva agli Spagnoli, ministro d'orrýbile esterminio a Siena. Il Morone, il Trivulzio, il Meregnano, e altri u˛mini di siffatto vigore, che výssero o prima o poi, rimÓsero sconnessi e in¨tili frammenti d'una mÓchina poderosa, che in pugno a un vero prýncipe, e animata da tanta opulenza e da tanto crŔdito, poteva scu˛tere l'Europa ben pi¨ che le poche turbe collettizie del re Francesco.

 

 

XXXV.

 

La pi¨ funesta e sanguinosa sventura fu quella di Brescia. La giornata di Ghiara d'Adda aveva distrutto le forze terrestri de' VŔneti, i quali con accorgimento profondo sci˛lsero dal giuramento le cittÓ suggette; nŔ v˛llero insanguinarle colla difesa, certi che la preda avrebbe diviso i vincitori, e la licenza militare avrebbe offeso i p˛poli, e assicurato il riacquisto. E per veritÓ il vol¨bile Giulio II si volse tosto contra i Francesi; PÓdova e Vicenza li cacciÓrono. Un Martinengo tent˛ lo stesso in Brescia, ma vi perdŔ la vita; la Francia prese in ostaggio i primarj cittadini, e introdusse in cittÓ nuove genti, che acquartierate nelle case insultÓvano al domŔstico onore. La cittÓ fremeva; nove cavalieri, Rosa, Paitone, Rozzone, Valgoglio, Fenarolo, Lana, Gandino, Lantana e Martinengo, su la pietra d'un altare giurÓrono di mŔttere i beni e la vita a redimer Brescia alla legge vŔneta. Il conte Avogadro faceva altro simil patto con Venezia; le case di Brescia si empýrono d'armati; al prefisso giorno il generale vŔneto pass˛ l'Adige, giunse presso sera a Montechiaro; ma fu visto. Pochi momenti dopo, l'annuncio era in Brescia; fra il silenzio della notte fatale i Francesi scaricÓrono d'improviso tutte le loro artiglierýe; e armati e rumorosi c˛rsero tutta la cittÓ; i VŔneti, giunti sotto le mura, le výdero piene di nemici. All'alba i nomi di trenta cavalieri bresciani f¨rono gridati ribelli; ľ la morte, a chi li ricettasse; ľ i loro beni e il grado di capitano di Francia, a chi li scoprisse. Fenarolo, trovato entro un sepolcro in una chiesa, si pugnal˛; recato alla rocca, si mise le mani nella ferita e si uccise; un Avogadro, un Ducco, un Riva f¨rono tratti al patýbolo. Ma l'altro Avogadro, che aveva armato gli u˛mini di Val-Trumpia, raccolse i fuggitivi, che durÓrono tutti nel prop˛sito. Gritti e Baglioni ricond¨ssero sotto Brescia l'esŔrcito vŔneto; Avogadro vi trasse diecimila montanari; si diede nelle trombe e nei tamburi da tutte le parti ad un tempo; Martinengo trov˛ modo d'arrampicarsi entro le mura; ruppe una porta; le altre, al grido di San Marco, f¨rono prese dai cittadini. Ma Gritti, venuto a tutta corsa e senza artiglierýe, non volle assalire immantinente il castello; e perchŔ i montanari ne mormorÓvano, ne svi˛ settemila a espugnare le fortezze del contado, e soccorrer BŔrgamo che combatteva. ľ Era l'esŔrcito francese a Bologna, capitanato dal gi˛vine prýncipe reale, Gastone di Foix, che poco di poi morý sul campo di Ravenna. Egli si mosse immantinente; attravers˛ il Mantovano, senza dimandar licenza a quel prýncipe; sorprese strada facendo Baglioni e lo disfece; sorprese altre genti vŔnete stanziate a CastanŔdolo; giunse a Brescia, che il castello si teneva ancora; il cavalier Baiardo circond˛ il monasterio di S. Floriano difeso da mille Trumplini, che non s'arrŔsero, e morýrono tutti. Gastone, al giovedý grasso, discese dal castello in cittÓ con d˛dici mila u˛mini, comandati dai primi cavalieri di Franda. Cadeva la neve; battŔvano a martello tutte le campane della cittÓ; dopo due ore di calda battaglia, i cittadini Ŕrano ancora fermi ai serragli delle strade, quando alcuni mercenarj dei VŔneti diŔdero indietro; i Francesi incalzÓndoli si spýnsero lungo il bastione fino ad una porta murata; la sfondÓrono; trÓssero dentro altre genti; i cavalleggeri albanesi, che si výdero il nemico alle spalle, abbandonÓrono il posto, r¨ppero un'altra porta, e si dispŔrsero nella campagna. La gente d'arme del cavalier d'Allegre entr˛ a squadroni per la porta abbandonata; s'incontr˛ in Ludovico Porcellaga, che, tutto solo, non per˛ retrocesse; anzi spronato il cavallo, gett˛ di sella il D'Allegre; ma rimase oppresso dalla turba. Sopragiunse a furia suo fratello Lorenzo Porcellaga; Gastone di Foix, che lo vide grande della persona e valoroso combatter solo contra tutti, si tolse il guanto, si lev˛ la visiera, viet˛ a' suoi di ferirlo; ma egli combattendo a morte, cadde sul moribondo fratello. ľ Alla notte Gastone si ricord˛ dei due prodi, venne a racc˛glierli; li accompagn˛ co' suoi cavalieri al Duomo, ove f¨rono deposti; fu visto piÓngere sui cadÓveri sanguinosi.

L'esŔrcito vincitore, invadendo tutte le piazze, spingeva qua e lÓ le turbe indarno combattenti; scannava alla rinfusa nelle strade e nelle chiese i sacerdoti, i vecchj, le donne cogli infanti in collo; gli uccisi d'ambo i sessi f¨rono diecisette mila. Per sette giorni il crudel Gastone abbandon˛ le robe e i corpi d'un p˛polo fedele e infelice a una soldatesca ubriaca; saccheggiato fino i cenci dei poverelli al Monte di PietÓ; saccheggiato il luogo degli appestati; le meretrici dell'esŔrcito stanziate nei monasterj; per molti giorni file di carri onusti d'ogni maniera di spoglie uscýrono dalla cittÓ. Avogadro fu decapitato alla presenza di Gastone, che lo volle squartato, confitte le mýsere membra a quattro porte della cittÓ, e il teschio su la Torre del P˛polo. ľ Poco di poi gli Spagnoli entrÓvano in Brescia; la quale ebbe tant'Ónimo ancora che tent˛ di cacciarli, e riunirsi ai VŔneti. Gli Spagnoli la diŔdero ai Francesi; e i Francesi, tre anni dopo averla inutilmente straziata, la rŔsero ai VŔneti; ai quali, benchŔ piena d'armi e di spýriti generosi, rimase fedele per poco meno di tre sŔcoli (an. 1787).

 

 

XXXVI.

 

Fra tante sventure, MÓntova sola era un'ýsola di pace e di sicurezza. Fin dai tempi della lega lombarda (an. 1188) Pitentino aveva costrutto la diga di Porto, sollevando le aque del lago a difesa e salubritÓ; e aveva aperto colla chiusa di GovŔrnolo un fÓcile accesso alle navi del Po: MÓntova, pýccola Venezia, resisteva per due mesi ad Ezzelino, che si vendic˛ estirpando le vigne e uccidendo i contadini. Stava alla difesa il visconte Sordello di G˛ito, quegli che da giovinetto, appresa in Provenza l'arte del trovatore, spargeva per l'Italia versi d'amore, e bersagliava d'ardite sirventi i prýncipi neghittosi; nŔ l'amore della bella Cunizza sorella del crudele Ezzelino lo faceva infedele alla sua cittÓ. Il suo senno vi calmava l'ire cittadine; sventava i tradimenti; insegnava ai Mantovani a chi¨dere in serraglio la campagna a ponente della cittÓ, onde inondarla a piacimento, e costrýngere i nemici a troppo vasta linea d'assedio. MÓntova fu dunque un asilo, ove molti cercÓvano sicurtÓ, mÓssime dopo che Pinamonte Bonacolsi, capitano del p˛polo, prese ad abbellirla. Ma quando Passerino, fÓttosi oppressore de' suoi guelfi, ebbe rinovata la tragedia d'Ugolino, facendo morir di fame, nella torre di Castellaro, Francesco Pico e i suoi figli, i signori di Gonzaga, entrati in cittÓ coi Veronesi travestiti, uccisero il tiranno, divŔnnero capitani del p˛polo. I Visconti non p˛sero mai piede in MÓntova; l'assalýrono sempre indarno, anche quando, con otto mesi di lavoro, tentÓrono sviare il Mincio, e disarmare delle aque la cittÓ. I Gonzaga, prodi conduttieri, prestando il braccio ora ai Visconti medŔsimi, ora ai VŔneti, ai Fiorentini, ai Francesi, agli Spagnoli, diŔdero perizia d'armi ai loro seguaci, e sembiante di potenza militare al piccolo Stato, posto cosý a traverso al Mincio e al Po. Francesco, l'amico di Carmagnola, ebbe il týtolo di marchese di MÓntova. Federico, che difese Pavýa contro il re Francesco, ebbe il Monferrato in dote di Margherita Pale˛loga, e il týtolo di duca; Ludovico divenne in Francia duca di NÚvers, combattŔ cogli Inglesi, respinse da Parigi il prode Coligny; Vincenzo combattŔ sul Danubio coi Turchi.

Era la sicura MÓntova piena d'industria e di commercj; vantava splŔndidi ingegni, fra cui basti menzionare Pomponacio, che primo fra i moderni propose i pi¨ sublimi dubj sulla necessitÓ e la libertÓ. Il Mantegna e Giulio Romano Ŕrano chiamati a dipýngere le basýliche del p˛polo e le ville dei duchi; vi si era diffuso un amore d'eleganza e di voluttÓ, che agli altri Italiani, agitati da continui perýcoli, pareva quella una terra di sirene. E cosý la stirpe guerriera dei Gonzaga si estinse nella mollezza. ľ Venne di Francia Carlo di RhÚtel, discendente dei NÚvers; ma l'imperio non volle in un Francese un principato ch'era fŔudo dell'imperio; scoppi˛ la guerra; la cittÓ non pi¨ agguerrita, desolata dalle fazioni e dai contagj, appena le mancÓrono i soccorsi vŔneti, si arrese; ma non si ricompr˛ da un atroce saccheggio, che strazi˛ i tesori delle arti e sperper˛ il commercio. AndÓrono fugitivi i magistrati, sospesi i sacri riti; i pochi avanzi del p˛polo non vÓlsero a sgombrare le macerie, piene di cadÓveri insepolti. Dopo d'allora i signori di MÓntova, piuttosto che prýncipi, furono eleganti e lascivi privati. Nel 1707 MÓntova fu presa di nuovo, e abbattute le insegne ducali, diede giuramento all'imperio. Per la prima volta in ottocento anni, una cittÓ cosý vicina a Milano venne compresa sotto una medŔsima signorýa; nŔ pi¨ ne venne disgiunta.

 

 

XXXVII.

 

Le grandi calamitÓ che desolarono il nostro paese nella prima metÓ del sŔcolo XVI Ŕrano tutte esterne e materiali; non ferývano il principio della sua vita, perchŔ non troncÓvano le tradizioni d'industria e d'intelligenza, conservate dagli studj letterarj, dalle relazioni mercantili, dalla lýbera concorrenza, dall'inviolÓbile diritto consolare, dalla potenza del crŔdito. Quindi la ricchezza esÓusta risurgeva sempre, le menti Ŕrano piene di vigore e d'alacritÓ, le arti belle e gli eleganti costumi fiorivano tra i saccheggi e le pesti. ľ La decadenza intima e vera cominci˛ colla seconda metÓ del sŔcolo, quando, estinta la stirpe sforzesca, si fu rassodato il dominio spagnolo. Il gentiluomo castigliano nella lunga lutta cogli industri Mori e coi trafficanti Israeliti aveva preso odio e disprezzo ai mestieri e alle mercature, come arti di caste infedeli e impure. La insurrezione dei Communeros, e pi¨ tardi quella dei Paesi Bassi, avŔvano inimicata ai municipj la corte; e la sua profonda e dissimulata ostilitÓ oper˛ lentamente, arrestando e logorando nelle interne sue rote l'azienda d'uno Stato ch'era altamente industriale. ľ GiÓ gli Sforza, per assicurarsi un soglio vacillante, avŔvano restituite alcune esenzioni ecclesiÓstiche, infrante dalla rýgida mano dei Visconti; e avevano aggravati di tasse i cittadini. Quando il re Luigi XII si trov˛ signore di Milano, volle conciliare le famiglie potenti, tenute in troppo stretta disciplina dai duchi. E per veritÓ doveva regnare da paese lontano, e aver pure qualche stÓbile fondamento di dominio; e capo d'un regno per eccellenza feudale, forse non sapeva in qual modo si regnasse altrimenti. Instituý dunque un Senato ch'era, al modo degli antichi parlamenti francesi, un tribunale supremo, con diritto di registrare le leggi, ossia di limitare i decreti del re, difesa lontana del principe contro l'importunitÓ e l'arbitrio dei favoriti. Gli Spagnoli, trovata quella istituzione, la prom˛ssero, la rassodÓrono, la rŔsero inamovýbile, la p˛sero sopra tutte le leggi (etiam contra statuta et constitutiones), le commýsero il giudizio delle cÓuse feudali; e quindi il destino della nobiltÓ; ľ l'appello di tutte le cause civili e criminali e l'¨nica giurisdizione in tutte le cÓuse gravi; e quindi la sicurezza dei cittadini; ľ il riparto delle imposte; e quindi tutto l'˛rdine delle sussistenze, dei salarj, del tornaconto, dell'industria nazionale; ľ il sindacato di tutta l'amministrazione; e quindi l'obedienza dei magistrati; ľ la direzione degli studj; e quindi l'intelligenza e l'opinione.

 

 

XXXVIII.

 

Il Senato invase in breve tutte le minori giurisdizioni. Permise ai trafficanti di deviare dal foro mercantile, e con ci˛ solo estirp˛ la fede p¨blica, atterr˛ la potenza della cambiale e del contratto, tutto l'edificio del crŔdito. Sottopose le arti a tasse ineguali, e coll'Ŕstimo del mercimonio insinu˛ il cavillo fiscale in tutte le vene dell'industria; poi, per temperarlo, ricorse all'uso e all'abuso dei privilegi, e conturb˛ tutto l'˛rdine dei guadagni e della speculazione. Quando vide s¨rgere gigante la miseria p¨blica, e assidua la carestýa, puný di morte l'esportazione dei grani; avvilý l'agricultura; e fece primo pensiero e arte suprema di governo il fornir di pane estimato e pesato la plebe della cittÓ. ľ Le famiglie, che all'uso antico d'Italia continuÓvano anche nel colmo delle ricchezze un decoroso e n˛bile commercio, umiliate al confronto del pi¨ squÓllido capitano spagnolo, imparÓrono a sprezzare la solerzia dei loro antichi, e s'invogliÓrono di purificare il sangue coll'ozio. Per esser decurione della cittÓ; per sedere nel magistrato di provisione a regolare l'annona, le strade e le osterýe; per Ŕssere appena esente da soprusi e insulti, non bast˛ pi¨ l'antica nobiltÓ municipale; fu forza ridivenir n˛bile all'uso castigliano, far voto d'inerzia perpetua. Le fanciulle f¨rono condannate fin dalla nÓscita a irrevocÓbili voti, per provedere all'orgoglio dei primogŔniti. Cento chiostri si dilatÓrono per la cittÓ, vuota di famiglie e d'officine. L'˛rdine degli Umiliati, che colle ingenti sue ricchezze continuava le vetuste tradizioni di patronato mercantile, fu estirpato; e i suoi capitali si spŔsero in costruzioni suntuose, a gloria de' suoi nemici, e in dotazioni d'˛rdini nuovi che si credevano pi¨ adatti ai nuovi tempi.

Gli immensi capitali che si girÓvano a Lione, a Parigi, ad Anversa, a Londra, a Colonia, vŔnnero gradualmente ritirati; e s'investýrono in terre titolari, in ostentazioni signorili, in elem˛sine depravatrici della plebe laboriosa. I p˛veri artŔfici, abbandonati dal capitale, perýrono nelle pestilenze, nelle carestýe, nel diuturno avvilimento; molte arti giÓ famose si obliÓrono; molte f¨rono trasferite a Zurigo, a Ginevra, a Lione, a Parigi; cosý le nazioni nuove s'inalzÓvano a misura del nostro decadimento. Dalla sola Milano si espatriÓrono ventiquattro mila operaj; di settanta fÓbriche di pannilani, rimÓsero cinque; il fisco senatorio sentendo mancarsi il terreno, pesava tanto pi¨ avidamente sugli avanzi sempre pi¨ miserÓbili dell'industria moribonda. Di duecentomila abitanti di Milano sparýrono 140 mila, e in proporzione si spopolÓrono le altre cittÓ; e i supŔrstiti vissero cenciosi, servili, abjetti, lenti, pieni di stolti terrori. I pi¨ animosi si p˛sero in clientela dei grandi, si fŔcero ministri di violenze, di vendette, di puntigli insegnati alla novella giovent¨ dai vuoti e oziosi Castigliani. Ne scaturýrono le genýe dei bravi; e servývano alle passioni delle stesse famiglie prepotenti, che nelle leggi e nelle gride minacciÓvano loro un teatrale esterminio. Bande di scellerati signoreggiÓvano le campagne; spargŔvano a luce aperta il sangue nelle stupefatte cittÓ; tenŔvano sacrýleghe gozzoviglie nei sacri asili; insultÓvano nelle chiese alle esequie degli uccisi. Talora la giustizia vergognante e inferocita prorompeva in furori di crudeltÓ; insanguinava le strade di supplicj studiati e crudeli; il patýbolo era di tempo in tempo uno spettÓcolo quotidiano; ma questi sforzi deliri e convulsi non riaprivano le sviate fonti dell'˛rdine e della giustizia. U˛mini zelanti avŔvano voluto, col ministerio delle nuove congregazioni, rigenerare le famiglie al senno e al costume (an. 1545-1566); e il frutto che dopo due generazioni se ne mieteva, Ŕ descritto, e forse troppo parcamente descritto, nei Promessi Sposi e nella Colonna Infame. Ben v'Ŕrano gli u˛mini che isolÓndosi dalla commune corruttela e stoltezza, si collegÓvano cogli studj al senno antico o al progresso straniero. Ma non potŔvano r˛mpere il nodo che l'interesse dei pochi aveva stretto coll'ignoranza dei molti. Pur tratto tratto ponŔvano mano a rappresentanze ed ambascerýe; le quali non Ŕbbero quasi altro effetto che di conservare ai p˛steri qualche documento di buon volere, di senno e di virile eloquenza. Tali f¨rono Fabrizio Bossi e CŔsare Visconti (1630).

Se il ducato di Milano fosse stato l'imperio romano, quello era il principio d'una terza barbarie. Ma l'antico ducato era una mediocre provincia; e aveva giÓ lasciato cader d'ogni parte le antiche sue membra; Venezia teneva Brescia, BŔrgamo e Crema; i Grigioni, Bormio, la Val-Tellina e Chiavenna; gli Svýzzeri esercitÓvano una venale giurisdizione sopra le valli del Ticino; la Val-Sesia e la Lumellina, e pi¨ tardi Alessandria, Tortona, Voghera f¨rono aggregate al Piemonte; GŔnova non portava pi¨ sui mari l'insegna ducale; PontrŔmoli fu venduta alla Toscana; Parma e Piacenza Ŕrano patrimonio dei Farnesi. Ma per quanto una polýtica acciecata facesse, per chi¨dere le frontiere, troncare i vicendŔvoli commercj, ristrýngere il campo dell'industria e fare del p˛vero Stato un ric˛vero di miseria, l'Olanda, l'Inghilterra, la Francia e la Germania avŔvano raccolto la nostra ereditÓ; ci stÓvano intorno piene e traboccanti di vita e di progresso. ľ La nostra patria doveva ris¨rgere.

 

 

XXXIX.

 

Al principio del sŔcolo XVIII era mirÓbile il fermento che si vedeva nelle nazioni. La Russia si era desta dal sonno dei sŔcoli; la Prussia era un regno; la stirpe britÓnnica surgeva a inaspettata potenza, fondava un imperio nelle Indie, e un altro e pi¨ glorioso in AmŔrica. Il ducato di Milano si era finalmente distaccato dal cadÓvere spagnolo, e ricongiunto all'Europa vivente. I dominj austriaci, varj di lingua, e dissociati di civiltÓ, cominciÓrono ad Ŕssere uno Stato, e possedere un principio d'amministrazione e d'unitÓ. Ma se lo spýrito del sŔcolo e l'Ónimo della Regnante additÓvano le grandi vie del ben p¨blico e della prosperitÓ, gli esperimenti Ŕrano ardui. Nelle provincie germÓniche, slave e ungÓriche rara la popolazione, rare le cittÓ, poche tracce o nessuna d'incivilimento pi¨ antico, isolata la posizione su le frontiere di nazioni bÓrbare. In Fiandra v'Ŕrano cittÓ lavoratrici e ubertose campagne, e vicinanza di nazioni progressive; ma lo spirito dei p˛poli era provinciale, tenace, diffidente. La Lombardia, che giÓ sentiva l'Óura del tempo che veniva, e nella sua miseria era pur sempre una terra di promissione, e aveva un p˛polo di mente aperta e d'Ónimo caldo e sensitivo, parve ai zelatori del bene come uno di quei campi eletti, in cui l'agricultore fa prova di qualche novella semente. ╚ un fatto ignoto all'Europa, ma Ŕ pur vero: mentre la Francia s'inebriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava all'Europa un'era nuova, che poi non riesciva a c˛mpiere se non attraverso al pi¨ sanguinoso sovvertimento, l'¨mile Milano cominciava un quarto stadio di progresso, confidata a un consesso di magistrati, ch'Ŕrano al tempo stesso una scuola di pensatori. PompŔo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Beccarýa, Pietro Verri non sono nomi egualmente noti all'Europa, ma tutti egualmente sacri nella memoria dei cittadini. La filosofia era stata legislatrice nei giureconsulti romani; ma fu quella la prima volta che sedeva amministratrice di finanze e d'annona e d'aziende communali; e quell'¨nica volta degnamente corrispose a una n˛bile fiducia. Tutte quelle riforme che Turgot abbracciava nelle sue visioni di ben p¨blico, e che indarno si affatic˛ a conseguire fra l'ignoranza dei p˛poli e l'astuzia dei privilegiati, si tr˛vano registrate nei libri delle nostre leggi, nei decreti dei nostri governanti, nel fatto della p¨blica e privata prosperitÓ.

 

 

XL.

 

S'intraprese il censo di tutti i beni, dietro un principio che poche nazioni finora hanno compreso. Si estim˛ in una moneta ideale, chiamata scudo, il valor comparativo d'ogni proprietÓ. Gli ulteriori aumenti di valore che l'industria del proprietario venisse operando, non dovŔvano pi¨ considerarsi nell'imposta; la quale era sempre a ripÓrtirsi sulla cifra invariÓbile dello scudato. Ora, la famiglia che d¨plica il frutto de' suoi beni, pagando tuttavia la stessa proporzione d'imposte, alleggerisce d'una metÓ il peso, in paragone alla famiglia inoperosa, che paga lo stesso cÓrico, e ricava tuttora il minor frutto. Questo premio universale e perpetuo, concesso all'industria, stimol˛ le famiglie a continui miglioramenti. Torn˛ pi¨ lucroso raddoppiare colle fatiche e coi risparmj l'ubertÓ d'un campo, che posseder due campi, e coltivarli debolmente. Quindi il continuo interesse ad aumentare il pregio dei beni fece sý che col corso del tempo e coll'assidua cura il piccolo podere pareggi˛ in frutto il pi¨ grande; finchŔ a poco a poco tutto il paese si rese capace d'alimentare due famiglie su quello spazio che in altri paesi ne alimenta una sola. Qual sapienza e feconditÓ in questo principio, al paragone di quelle bÓrbare tasse che presso culte nazioni si commis¨rano ai frutti della terra e agli affitti delle case, epper˛ riŔscono vere multe proporzionali, inflitte all'attivitÓ del possessore!

Il censo elimin˛ per sua natura tutte quelle immunitÓ, per le quali sotto il regime spagnolo un terzo dei beni, come posseduto dal clero, non partecipava ai p¨blici cÓrichi, e li faceva pesare in misura insopportÓbile sulle altre proprietÓ. ľ Il censo divenne fondamento anche al regime communale; i communi nostri divŔnnero tanti pýccoli Stati minorenni, che, sotto la tutela dei magistrati, decrŔtano ˛pere p¨bliche, e ne lŔvano sopra sŔ medŔsimi l'imposta. Non si výdero pi¨ quelle stentate prestazioni d'˛pere, di bestiami, di materiali, ch'Ŕrano spavento dei contadini, e strumento d'oppressione e di corruttela. Si prepar˛ un mirÓbile sviluppo di strade, con un principio di manutenzione che interess˛ il costruttore alla mÓssima soliditÓ e semplicitÓ di lavoro. Ma non Ŕ questo il luogo d'annoverare tutte le riforme che s'introd¨ssero da quei fil˛sofi: il riparto territoriale, il riscatto delle regalýe, l'abolizione dei fermieri, la tutela dei beni ecclesiÓstici, la riforma delle monete.

Dalla metÓ del sŔcolo in poi si attiv˛ un'immensa divisione e suddivisione di beni; il numero dei possidenti e degli agiati crebbe nella proporzione stessa in cui crŔbbero i frutti. Si cominci˛ a sci˛gliere i fedecommessi, che unývano nelle famiglie la noncurante opulenza dei primogŔniti con la povertÓ, l'umiliazione, la forzata carriera dei cadetti e delle figlie. Si abolýrono le mani morte; si rimýsero nella lýbera contrattazione i loro sterminati beni; si alienÓrono i pÓscoli communali; si riordinÓrono le amministrazioni de' municipj; si rivoc˛ l'educazione p¨blica a mani d˛cili e animate dallo spýrito del sŔcolo e del governo; si abolirono i výncoli del commercio, la schiavit¨ dei grani, quasi tutte le mete dei commestýbili, e i regolamenti che inceppÓvano le arti. La subitanea apparizione delle novelle merci inglesi e francesi scosse il nostro torpore, fomentato dalle proibizioni spagnole, e risuscit˛ per noi la vita industriale. Si apŔrsero strade; si sopprŔssero barriere e pedaggi; si rid¨ssero a tre o quattro ore le distanze tra cittÓ e cittÓ, che prima si varcÓvano a forza di buoi e a misura di giornate. Si abolýrono le preture feudali, in cui per conto di privati si mercava la giustizia; si abolý un Senato, sul quale pesava la memoria di supplizj iniqui e crudeli; si abolýrono gli asili che i ladroni godŔvano sui sacrati dei tempj, e dietro le colonnette dei palazzi signorili; non si výdero pi¨ assassini nelle chiese; le sezioni anat˛miche fecero sparire l'aqua tofana; si abolý la tortura, che puniva nell'innocente i delitti dell'ignoto; spÓrvero le fruste, le tenaglie infocate, le orrýbili rote, l'inquisizione; in luogo di sotterranei fetenti e di scelerate galere, si fondÓrono laboriose case di correzione. Fin dal 1766, sei anni prima che si aprisse il cÓrcere di Gand, si era applicato il principio della segregazione dei prigionieri; un giorno di cella scontava due giorni di cÓrcere; si era dunque scoperto che la cella segregante non era strumento di lieve correzione, qual Ŕrasi creduto finallora, ma una pena poderosa, applicÓbile ai pi¨ gravi delitti, e capace di far pi¨ terrore che la morte. Ma qual meraviglia che questi sagaci pensieri nascŔssero prima che altrove in quel paese dove Beccarýa non solo era scrittore, non solo porgeva p¨blico insegnamento di scienze sociali, ma sedeva autorŔvole nei consigli dello Stato?

I bastioni solitarj e paurosi, ove si seppellivano i giustiziati, divŔnnero ombrosi passeggi; si tolse il lezzo alle strade; e l'˛rrida abitazione dei cadÓveri si rimosse dalle chiese; si sgombrÓrono dagli accessi dei santuarj i mendicanti, ostentatori d'¨lceri e di mutilazioni; a poco a poco non si videro pi¨ nelle cittÓ piedi nudi o Óbiti cenciosi. Si apŔrsero teatri, ove le famiglie, inselvatichite da sette generazioni, imparÓrono a con˛scersi, e gustÓrono le dolcezze del viver civile, della m¨sica, della poesýa. Il genio musicale rispetta e ambisce il giudizio del nostro p˛polo; un solo carnevale in uno dei minori nostri teatri diede al diletto dell'Europa la SonnÓmbula e l'Anna Bolena. Regn˛ la tolleranza di tutti i culti; e si aperse ˛spite soggiorno agli stranieri che apportÓvano esempj di capacitÓ e d'intraprendenza. S'introd¨ssero le scienze vive nella morta UniversitÓ; si fondÓrono academie di belle arti; rifiorý l'architettura, l'ornato riprese greca eleganza; s'inalzÓrono osservatorj astron˛mici; si costrusse la carta fondamentale del paese; si apŔrsero nuove biblioteche; le madri t˛lsero ai cuochi ed agli staffieri la prima educazione dei figli. Soave rifece tutti i libri elementari; Parini, Mascheroni, Arici ricond¨ssero l'eleganza letteraria, indirizzÓndola ad alti fini scientýfici e morali; Beccarýa lesse economýa polýtica; surse a poco a poco quella costellazione di nomi splŔndidi alle scienze e alle arti, Volta, Piazzi, Oriani, Appiani, cogli altri che la continuÓrono fino ai viventi. Gli allievi di tanto senno si spÓrsero in tutte le provincie, e propagÓrono in tutte le classi quel fÓusto movimento di cose e di idŔe che ci attornia d'ogni parte, e ci arride all'imaginazione.

 

 

XLI.

 

Abbiamo accennato a principio in quale stato la natura desse ai primi nostri progenitori questa terra che abitiamo: al basso, una vicenda d'aque stagnanti e di dorsi arenosi; all'alto, un labirinto di valli intercette da monti in˛spiti e di laghi. Abbiamo detto quali p˛poli ci f¨rono maestri, o almeno fratelli di cultura: i Lýguri, gli Umbri, i Pelasghi, gli Etruschi, i Romani: e quali ne f¨rono inciampo su la via della civiltÓ, la quale tre volte s'arrest˛ e decadde: nell'era cŔltica, nella bizantina, nell'ispÓnica. Nessuna istoria offre una pi¨ frequente alternativa di beni e di mali, e una pi¨ manifesta prova di ci˛ ch'Ŕ veramente giovŔvole, o veramente avverso all'umana felicitÓ. Il nostro incivilimento tre volte torn˛ uno sfrondato tronco; e ogni volta nel rinverdire apparve pi¨ rigoglioso e fiorito.

Noi possiamo mostrare agli stranieri la nostra pianura tutta smossa e quasi rifatta dalle nostre mani; sicchŔ il botÓnico si lagna dell'agricultura, che trafigur˛ ogni vestigio della vegetazione primitiva. Abbiamo preso le aque dagli alvei profondi dei fiumi e dagli avvallamenti palustri, e le abbiamo diffuse sulle Óride lande. La metÓ della nostra pianura, pi¨ di quattro mila chil˛metri, Ŕ dotata d'irrigazione; e vi si dirama per canali artefatti un volume d'aqua che si valuta a pi¨ di trenta milioni di metri c¨bici ogni giorno. Una parte del piano, per arte ch'Ŕ tutta nostra, verdeggia anche nel verno, quando all'intorno ogni cosa Ŕ neve e gelo. Le terre pi¨ uliginose sono mutate in risaje; onde, sotto la stessa latit¨dine della VandŔa, della Svýzzera, della TÓuride, abbiamo stabilito una coltivazione indiana.

Le aque sotterranee, tratte per arte alla luce del sole, e condutte sui sottoposti piani, poi raccolte di nuovo e diffuse sovra campi pi¨ bassi, sc˛rrono a diversi livelli con calcolate velocitÓ, s'inc˛ntrano, si sorpÓssano a ponte-canale, si sottopÓssano a sifone, s'intrŔcciano in mille modi. Nello spazio di soli duecento passi, presso Genivolta, la strada da BŔrgamo a Cremona incontra trŔdici aquedutti, e li accavalca coi TrŔdici Ponti. ľ Alla condutta di queste aque presiede un principio di diritto, tutto proprio del nostro paese, pel quale tutte le terre sono tenute a prestarsi questo vicendŔvole passaggio, senza intervento di prýncipe, o decreto d'espropriazione. Non Ŕ questo un výncolo che infranga il sacro diritto di proprietÓ; ma un'¨tile aggiunta al diritto, per rŔndere pi¨ fruttýfera ogni proprietÓ senza eccezione.

Gli ¨ltimi scoli di tutte codeste aque sono muniti ai loro sbocchi di chiuse, che arrŔstano il rigorgo dei t¨rgidi fiumi. ľ Un canale attraversa per mezzo tutta la provincia Cremonese dall'Ollio al Po; tutti gli aquedutti che c˛rrono a fecondare la parte inferiore, lo attravŔrsano con ponti di pietra, lasciÓndovi traboccare le aque che per avventura eccŔdano la prefissa misura; e se avviene che diuturne pioggie rŔndano superflua l'irrigazione, si chi¨dono con porte gli aquedutti, e le loro aque precipitate nel sottoposto scavo si devýano tutte nell'Ollio o nel Po. ľ La provincia Mantovana Ŕ una terra conquistata sulle paludi; i suoi canali di scolo s˛mmano a 754 mila metri; le stesse aque che accŔrchiano la cittÓ, sono una palude trasformata per arte in lago navigÓbile.

Le linee d'interna navigazione, percorse in parte da vaporiere, s˛mmano a 1200 chil˛metri; e ripartite sulla superficie ragguÓgliano per ogni chil˛metro 56 metri, mentre il Belgio ne ha solo in ragione di 48, e la Francia di 27, e non tutti d'aque perenni. Un paese al tutto mediterraneo come il nostro s'avvicina per questo aspetto all'Olanda. I nostri canali, navigÓbili ad un tempo e irrigatorj, sono costrutti sopra un principio speciale; non sono una serie di tronchi orizontali come i canali oltremontani di mera navigazione, ma sono veri fiumi, prima inclinati fortemente, poi progressivamente moderati, per acc˛gliere di tronco in tronco le diseguali masse d'aqua, che l'irrigazione vien successivamente emungendo.

Una volta impresso il moto, quest'˛rdine di cose si continu˛ uniforme attraverso alle pi¨ varie vicissit¨dini dei tempi. Ogni anno segn˛ sempre per noi qualche nuovo grado di prosperitÓ; ogni anno pi¨ vasta la rete stradale; ogni anno pi¨ folta la piantagione dei gelsi, prima riservata ai colli, poi distesa in veri boschi sui piani dell'Ollio e dell'Adda, e salita fino a mille metri d'altezza nelle valli alpine, produttrice d'un'annua raccolta di cento milioni di franchi, in un territorio che corrisponde alla 26.a parte della Francia. Sempre pi¨ diffuse, ma pi¨ accurate e quindi meno insalubri le irrigazioni; si m¨tano in buone case i tugurj dei contadini; pŔnetra in tutte le communi rurali il principio dell'istruzione; tolta cogli asili dell'infanzia l'abjetta ferocia e la rozzezza ai figli della plebe; gli studj delle lŔttere e delle arti accommunati al sesso gentile; e colle solenni mostre diffuso l'amor delle belle arti nel p˛polo, e un Óbito d'eleganza negli ¨tili mestieri.

 

 

XLII.

 

Su la nostra pianura tutti gli abitati si collŔgano con buone strade, che ragguÓgliano in circa un chil˛metro di lunghezza per ogni chil˛metro di superficie. La rete stradale involge ormÓi tutte le colline, sino all'altit¨dine d'ottocento metri; trafora con gallerýe le rupi verticali che interr˛mpono le riviere dei laghi; s'insinua nelle valli alpine, raggiunge i sommi gioghi; difende contro le vallanghe i pi¨ alti passi carrozzÓbili che sýano sul globo. La via del Sempione, che fu il modello di tutte, Ŕ ˛pera de' nostri ingegneri, che cond¨ssero anche quelle della Spluga e dello Stelvio. Ingegneri nativi di quell'antica parte del nostro territorio che aggregossi alla Svýzzera, tracciÓrono le vie del Gottardo e del Bernardino. I nostri imprenditori sono sparsi per le terre dei Grigioni, dei Tirolesi, degli Illirj, dei Boemi, dei Galiziani, insegnando loro a protŔndere attraverso ai monti i výncoli d'una crescente civiltÓ. Le nostre ˛pere stradali p˛rtano tratto tratto i segnali d'una magnificenza romana; il ponte che congiunge le due rive del Ticino, a Buffalora, si stende per trecento e pi¨ metri con ¨ndici arcate di granito. ľ Le strade ferrate non ci sono ignote; una linea Ŕ compiuta da quattro anni; due sono cominciate; altre sono studiate e discusse.

L'uomo con tutte queste ˛pere d'aque e di strade ha preso possesso di tutte le terre coltivÓbili; e ad ogni condizione di terreno adatt˛ un ˛rdine proprio di coltivazione, un pi¨ ampio o pi¨ minuto riparto nella possidenza, un proprio tenore di contratti.

 

 

XLIII.

 

╚ assai malagŔvole p˛rgere una succinta idŔa della nostra agricultura nelle diverse provincie, per la strana sua varietÓ. Mentre in una parte d'un territorio il riso nuota nelle acque, un'altra non pu˛ abbeverare il bestiame se non di vecchie aque piovane o colaticce, o tratte a forza di braccia da pozzi profondi fino a cento metri. Un distretto Ŕ continuo prato, verde anche nel verno, folto d'armenti, ridondante di latticinj; un altro raduna a stento poco latte caprino, coltivando piuttosto a giardini che a campi l'olivo e il limone, la pi¨ elegante di tutte le agriculture. Nei monti si coltiva la cÓnapa, ed Ŕ quasi ignoto il lino; intorno a Crema e Cremona il lino Ŕ primaria derrata campestre, e la cÓnapa Ŕ negletta. La pianura pavese si allarga in ampie risaje, poco cura il gelso; e la pianura cremonese ne ha le pi¨ folte e robuste piantagioni. Il vino Ŕ la speranza dell'agricultura in ambo le opposte estremitÓ del paese, nella boreale e alpestre Val-Tellina, e nelle australi pianure di Canneto, di Casalmaggiore, e dell'Oltrep˛. L'agricultura bresciana solca profondamente a forza di bovi un terreno tenace; la lodigiana sfiora i campi con un lieve aratro tratto da sollŔciti cavalli, per non somm˛vere le p˛vere ghiare, sopra le quali il lavoro dei sŔcoli ha disteso uno strato artificiale.

 

 

XLIV.

 

Le circostanze naturali che v˛gliono questa varietÓ nel modo di coltivar le terre, la v˛gliono anche nel modo di possederle. Nella pianura irrigua un podere che non avesse certa ampiezza non si potrebbe coltivare con profitto, perchŔ richiede complicate rotazioni, culture moltŔplici, difficili giri d'aque, e una famiglia intelligente che ne governi la complicata azienda; quindi ogni podere forma un considerŔvole patrimonio. La famiglia che lo possiede Ŕ giÓ troppo facoltosa per appagarsi di quella vita rurale e solitaria, in luoghi non ameni; dimora dunque in cittÓ; villeggia sugli aprichi colli e sui laghi; e sovente conosce appena per nome il latifondio che la nutre in quell'ozio. La coltivazione trapassa alle mani d'un fittuario, il quale per condurre debitamente l'azienda debb'esser pure capýtalista; e ve ne ha taluni pi¨ ricchi dei proprietarj, e talvolta possessori essi d'altre terre, confidate ad altri coltivatori. Vivendo nel mezzo d'ogni abondanza domŔstica, circondati di numerosi famigli e cavalli, f˛rmano quasi un ˛rdine feudale in mezzo a un p˛polo di giornalieri, che non con˛scono ulteriori padroni. Qui surge un ˛rdine sociale affatto particolare. Un distretto che abbia una ventina di communi e misuri un centinajo di chil˛metri, conta in ogni commune quattro o cinque di queste famiglie, che spesso vývono in casali isolati, a guisa degli antichi Celti. Sono sparsi fra mezzo a loro alcuni curati, qualche mŔdico, qualche speziale, il commissario, il pretore che amministra la giustizia e le tutele famigliari. Questa Ŕ l'intelligenza del distretto; tutto il rimanente Ŕ n¨mero e braccia. Ogni coltivatore vende grani, e compra bestiami, e ˛ccupa fabri e falegnami; ma il commercio e l'industria non vanno oltre; appena qualche bottega serve al r¨stico apparato del contadino. Si direbbe che questo Ŕ l'antico modello su cui si form˛ l'agricultura britÓnnica. Ecco gli u˛mini che sotto le mura di Pavýa e appiŔ del castello di Binasco andÓvano senz'armi ad affrontar Bonaparte vincitore di Montenotte e di Lodi.

 

 

XLV.

 

Se dal fondo della pianura saliamo ai monti, troviamo un ordine sociale infinitamente diverso. Le rýpide pendici, ridutte in faticose gradinate, sostenute con muri di sasso, su le quali talora il colono porta a spalle la poca terra che basta a fermare il piede d'una vite, appena danno la stretta mercede della manuale fatica. Se il coltivatore dividesse gli scarsi frutti con un padrone, appena potrebbe vývere. La terra non ha quasi valore, se non come spazio su cui si esŔrcita l'˛pera dell'uomo, e officina quasi del coltivatore; e il paesano Ŕ quasi sempre padrone della sua gleba; o almeno livellario perpetuo; con altri patti le vigne e gli oliveti ritornerŔbbero ben presto selva e dirupo. Mentre una parte della famiglia vi suda, e alleva all'amore del suolo nativo la p˛vera prole; un'altra parte scende al piano ad esercitarvi qualche mestiere; o si sparge trafficando oltremonte, e riporta alla famiglia i risparmj, che le danno la forza di continuare la sua lutta colla natura e colla povertÓ. Un distretto di questa fatta conta tante migliaja di proprietarj quante sono le famiglie; ma la ricchezza non viene dal suolo, e vi s'investe come frutto delle arti o del trÓffico. Laonde si vede una singolar mistura di costumi rusticali e d'esperienza mondana, l'amore del lucro e l'ospitale cordialitÓ, la facilitÓ di saper vývere in terra straniera, e l'inestinguýbile affetto di paese, che presto o tardi fa pensare al ritorno. ľ In alcuni monti la possidenza privata Ŕ ancora un'eccezione; il commune possiede vastamente i pÓscoli e le selve e le aque e le miniere; nŔ basta sempre l'esser nato da gente nata in paese; ma bisogna appartenere ai patrizj del commune, agli originarj. Senza avvedersi, essi consŔrvano ancora una communanza, la quale rimonta alle genti cŔltiche; appena ha fatto luogo qua e lÓ al possesso romano; e non mai sofferse vera signorýa feudale, ma onor˛ solo negli antichi conti e capitani il nome del prýncipe e l'autoritÓ delle leggi. Alcune di queste communanze, pochi anni or sono, tenŔvano ampie valli; la Leventina, lunga pi¨ di trenta miglia, era un solo commune; e si suddivise prima in otto e poscia in venti; il distretto di Bormio era un solo commune, e ancora conserva indivisa fra i nuovi communi molta parte dell'antica proprietÓ. In molti luoghi il commune pýccolo si distingue dal commune grande, o diremo la moderna parochia dal primitivo clano. Questo regime appare pi¨ puro ed assoluto in quelle valli che si aggregÓrono alle leghe dei Grigioni, e sopratutto nella Mesolcina, perchŔ sfuggýrono alle riforme dei governi amministrativi.

Alcune delle estreme valli sono troppo alpestri per l'agricultura; la neve le ingombra nove mesi dell'anno, ma le trova deserte e silenziose. Chiusi i p˛veri casolari, il pastore discende per le valli coll'armento; gli u˛mini appiedi; le donne sui cavalli, cogli infanti nelle ceste come le trib¨ dell'oriente. A brevi giornate di cammino la carovana si arresta dove il contadino del piano l'aspetta; le vacche alpine stÓnziano qualche giorno a brucare gli esÓusti prati; poi, inseguite dalle brine, pÓssano a pi¨ bassi campi, fino ai prati perenni. Quando la natura si riapre, la famiglia ritorna al suo viaggio, rivede fioriti i campi che lasci˛ bruni e squÓllidi; risale lungo i tortuosi torrenti, trova i pochi che rimÓsero nella valle a diradare le selve, e sudare alle fucine; e si sparge sulle alpi, che cosý chiama ancora quei pÓscoli dove la primitiva communanza non conosce altra disegualitÓ che il n¨mero degli armenti.

 

 

XLVI.

 

Fra questi estremi, sono le belle colline coltivate come il monte, ubertose come il piano. Quivi una contadinanza, la quale non possiede la sua terra, eppure non emigra, pu˛ tributare al padrone il frumento, divider seco il vino e i b˛zzoli, e serbar tanto per sŔ da vývere colla famigliola, e allevarla nel sŔmplice tenore de' suoi padri. Quivi un commune Ŕ disseminato in venti, in trenta, in quaranta casali di vario nome, che la chiesa, posta sul poggio pi¨ ameno, raccoglie in un commune sentimento di luogo. Lýberi di coltivare la terra a loro talento, purchŔ non si defrÓudi dal pattuito frutto il proprietario, essi le sono affezionati come se fosse loro proprietÓ. Se il padrone si muta, il colono subisce la legge del nuovo; e talvolta una famiglia dura da tempo immemorÓbile sullo stesso terreno. Tutto l'anno Ŕ un continuo lavoro; le viti, il gelso, il frumento, il granoturco, i bachi, le vacche, la vangatura e la messe, il bosco e l'orto danno una perenne vicenda di cure, che desta l'intendimento, la previdenza e la frugalitÓ. Lavorando sempre in mezzo alla famiglia, senza comandare nŔ obedire, il contadino pur si collega al lontano commercio pel prezzo de' suoi b˛zzoli, e pel lavoro che la seta porge alle sue donne. Nei siti meno lieti e pi¨ rýpidi, dove il cittadino non ama investire capitali, l'agricultore Ŕ spesso il padrone del suo terreno; e rappresenta quello stato sociale ch'era cosý sparso negli aborýgeni, quando f¨rono i sŔcoli della maggior forza d'Italia e del pi¨ puro costume.

Questi aspetti della vita rusticale nel piano, nel monte e nel colle, si spiŔgano talvolta in modo aperto e risoluto; ma trapÓssano per lo pi¨ dall'uno all'altro, con varia tessitura, che il commercio e l'industria rŔndono pi¨ complicata. Questa varietÓ palesa quanto l'agricultura sia antica fra noi, ed in quanti particolari modi abbia sciolto i singoli problemi che le varietÓ naturali del paese avŔvano proposto.

 

 

XLVII.

 

Per effetto di tuttoci˛, la pianura lombarda Ŕ la pi¨ popolosa regione d'Europa. Essa conta per ogni chil˛metro di superficie 176 Ónime, mentre la pianura bŔlgica ne ragguaglia solo 143. E se si comprende nel c˛mputo anche la parte alpina, ancora si hanno 119 abitanti, dove la Francia ne conta solo 64, e nella sua parte meridionale, che Ŕ pi¨ meridionale della Lombardia, soli 50. La popolazione specifica nelle Isole BritÓnniche e nell'Olanda giunge solo a due terzi della nostra; nella Germania alla metÓ; nel Portogallo e nella Danimarca a un terzo; nella Spagna a un quarto; nella Grecia a un ottavo; nella Russia a un dŔcimo. ľ Il nostro p˛polo adunque per effetto di principj amministrativi al tutto suoi, come quelli del censo perpetuo, delle sovrimposte communali, e della servit¨ vicendŔvole d'aquedutto, fecond˛ in tal modo la sua terra, che sovra lo spazio dove la Francia nutre una famiglia, ne nutre all'incirca due, pur pagando a proporzione di superficie la stessa somma d'imposte. ľ Le nostre communi rurali hanno maggior n¨mero di scuole; e il trÓffico e l'industria s'intreccia pi¨ intimamente a tutti gli ˛rdini d'agricultura e di rotazione, sicchŔ non abbiamo turbe d'industrianti, che non tŔngano qualche ferma radice nel terreno della patria. Il ferro, la seta, il cotone, il lino, le pelli, il z¨ccaro sono oggetti di grandiosa manifattura. Il lavoro del ferro, in ragione all'ampiezza del paese, porge tra Como, BŔrgamo e Brescia una cifra non mediocre, otto milioni di franchi; Milano e Como c˛ntano pi¨ d'otto mila telaj di seta, e novanta mila fusi di cotone; la sola Olona Ónima 424 rote motrici.

 

 

XLVIII.

 

Il p˛vero riceve una pi¨ generosa parte di soccorsi che altrove. Nel 1840 si contavÓno 72 ospitali; in un triennio s'aggi¨nsero altri 6; altri 7 si stanno edificando; e sono aperti a tutti, senza patronato, senza favore, alla sola condizione dell'infermitÓ e del bisogno. Il patrimonio stÓbile di questi ospitali ha un valore venale di duecento milioni. Il solo ospitale di Milano ricetta nel corso d'un anno 24 mila infermi; Parigi, che ha una popolazione pi¨ che quÓdrupla, ne ricetta ne' suoi ospitali solo il triplo. Londra ne ricetta quanto Milano; epper˛, a proporzione di p˛polo, lÓ si soccorre un infermo, dove qui se ne socc˛rrono dieci. Il p˛vero Ŕ sovvenuto di mŔdici, di medicine e di chirurghi anche nelle sue case, non solo nella cittÓ, ma nelle pi¨ remote campagne. La metÓ incirca dei mŔdici e dei chirurghi, e tre quarti delle levatrici, hanno stipendio dai communi, a sollievo delle famiglie p˛vere. Il n¨mero dei mŔdici Ŕ in ragguaglio di uno sopra 13 chil˛metri quadri di paese, mentre nel Belgio ogni mŔdico ha un doppio campo di vigilanza. Questo esŔrcito sanitario di mŔdici, di chirurghi, di speziali, di veterinarj, di levatrici, somma a poco meno di cinque mila persone. ľ In pari misura il paese Ŕ provisto d'ingegneri, i quali nella sola cittÓ di Milano ammontano a circa 450, mentre il corpo d'aque e strade in tutta la vastitÓ della Francia ne conta solo 568; il che agŔvola ogni ˛pera d'aque e di strade. Il n¨mero grande delle classi istrutte, poste in assiduo contatto colla popolazione, esŔrcita una benŔfica influenza a rim˛vere i pregiudizj, e insinuare un retto senso d'utilitÓ.

Gli abitanti delle cittÓ sono quattrocentomila; e molti ˛ppidi e borghi di sei, di otto, di diecimila abitanti, benchŔ non Óbbiano nome di cittÓ, c˛ntano numerose famiglie civili; la possidenza Ŕ diffusa in tutte le classi; onde, ogni cosa considerata, Ŕ forse questo il paese di Europa che offre il maggior n¨mero di famiglie civili in proporzione all'inculta plebe.

 

 

XLIX.

 

I fasti delle nostre scienze e lŔttere non sono oscuri; comýnciano con Catullo, con Virgilio, con Plinio il gi˛vine; la lingua latina tramonta col nostro Boezio; ma presto gli studj ris¨rgono con Lanfranco pavese, con Sordello mantovano, con Albertano ed Arnaldo da Brescia; nella giurisprudenza e nella filosofia risplende Alciato, Pomponacio, Beccarýa; nelle matemÓtiche e nelle fisiche, Cardano, Tartalia, che primo sottopose a cÓlcolo le artiglierýe, Cavalieri, scopritore d'una scienza, Piazzi scopritore d'un pianeta, e Volta che trov˛ la maggiore e pi¨ feconda delle scientifiche scoperte. ľ Virgilio e Volta sono due nomi noti a tutti i p˛poli civili, e danno a questa angusta provincia uno splendore, che non ha la vasta Spagna e la vastissima Russia.

Il nostro dialetto, nei cordiali e schietti suoni del quale si palesa tanta parte della nostra ýndole, pi¨ sincera che insinuante, porta impresse le vestigia della nostra istoria, le orýgini cŔltiche si manifŔstano indelebilmente nei suoni; le romane nel dizionario; qualche lieve solco, lasciato dall'infeconda etÓ longobÓrdica, a gran pena si discerne, mentre vi giÓciono inesplorate ancora le tracce di qualche cosa che fu pi¨ antico e pi¨ nativo dei Romani e forse dei Celti. I confini entro cui si parla questo linguaggio e gli altri affini suoi, rappresŔntano tuttora la geografia dei sŔcoli romani; documento ist˛rico che attende ancora chi ne sappia trar lume ad ardue induzioni. Questo dialetto, inosservato all'Europa, ma parlato da pi¨ d'un milione di p˛polo, ha due sŔcoli di letteratura. U˛mini d'ingegno e di studj e d'alto affare si finsero plebe, affilÓrono coll'acerbitÓ popolare l'ottusa veritÓ. Maggi, Tanzi, Balestrieri lo scrýssero non conoscŔndone ancora la potenza satirica; Parini e Bossi vi apportÓrono l'elegante Óbito delle lŔttere e delle arti; e Carlo Porta, poeta d'altýssimo ingegno, alla naturalezza del dipinto fiammingo congiunse la forza c˛mica di MoliŔre, il frizzo di Giovenale, l'efficacia contemporanea di BÚranger. Nella Fugitiva di Grossi il dialetto tocc˛ gli affetti; e si conserv˛ negli officj troppo necessarj della sÓtira civile in Rajberti.

 

 

L.

 

Lo straniero vede chi noi siamo. I nostri padri f¨rono pi¨ prodi che fortunati; e noi possiamo dire che la nostra generazione fu sýmile alle trapassate. Vývono ancora fra noi le reliquie di quegli esŔrciti che, improvisati da Napoleone, militÓrono sotto le mura di Gerona e di Valenza, sui campi sanguinosi d'Austerlitz e di Raab, che dopo aver combattuto a Malo-Jaroslavetz conservÓrono su la Beresina una disciplina e una alacritÓ superiori ai disastri; e in guerra che tornava a gloria d'altra nazione poco lodata per gratit¨dine, sostŔnnero, fin dopo la caduta del loro capo, tutti i doveri della fedeltÓ militare.

Noi abbiamo recato il nostro tributo alle lŔttere, alle arti, alla filosofia, alle matemÓtiche, all'idrÓulica, all'agricultura, all'elettrologýa; l'EnŔide di Virgilio e il Giorno del Parini, il Duomo e la Certosa, il libro dei Delitti e delle Pene e i primi cÓlcoli della balýstica, tutta l'arte dei canali navigÓbili, i prati perenni, la pila voltiana. Noi, senza dirci migliori degli altri p˛poli, possiamo rŔggere al paragone di qual altro sýasi pi¨ illustre per intelligenza, o pi¨ ammirato per virt¨; e aspettiamo che un'altra nazione ci mostri, se pu˛, in pari spazio di terra le vestigia di maggiori e pi¨ perseveranti fatiche. ╚ una scortese e sleale asserzione quella che attribuisce ogni cosa fra noi al favore della natura e all'amenitÓ del cielo; e se il nostro paese Ŕ ubertoso e bello, e nella regione dei laghi forse il pi¨ bello di tutti, possiamo dire eziandýo che nessun p˛polo svolse con tanta perseveranza d'arte i doni che gli confid˛ la cortese natura.