CONTRO IL SINDACATO CORPORATIVO “PARASTATALE”

di Camillo Berneri

 

L’Adunata dei Refrattari pubblica nel febbraio ’34 un suo testo contro il “sindacato-parastato” che spiega, al di là delle diversità di facciata, l’identità fra le differenti scuole politiche stataliste in materia di corporativismo. L’articolo è riportato da P.C.Masini ed A.Sorti (op. cit.) con il titolo “Il feticcio dello stato”, ma era stato stampato come “La vergognosa di Pisa” (leggendolo si capirà perché).                                             Si tratta di un’analisi nuova per il suo tempo ed assolutamente illuminante anche per la realtà odierna:

 

“Gli articoloni e gli articolini che la stampa socialdemocratica e quella stalinista dedicano al corporativismo fascista mi hanno fatto pensare ad una figura del famoso affresco di Benozzo Gozzoli, nel camposanto di Pisa, che ha per titolo Leggenda di Noè. Una donna, dinanzi all’oscena nudità di Noè, si copre il viso con la mano… ma tiene le dita aperte.

Che certi socialisti, certi repubblicani, certi comunisti siano radicalmente avversi alla <<riforma corporativa>>, quasi quanto noi lo siamo, è credibile, anzi certo. Ma questo assoluto prevalere della critica antifascista sull’equivocità e sull’insufficienza del corporativismo fascista, dimostra come pochissimi sono coloro, fuori dal campo nostro, che di quella riforma rigettano non solo il carattere contingente ma anche le premesse teoriche e le storiche conseguenze.

Quando è Salvemini, liberale-autonomista, che critica il corporativismo fascista la sincerità è indubbia; ma quando sono dei feticisti dello Stato e del socialismo di Stato è legittimo pensare che alla demagogia esaltatrice dei fascisti faccia riscontro una demagogia denigratrice di antifascisti aspiranti alla realizzazione di un corporativismo certamente diverso da quello fascista nelle funzioni sociali, ma a quello affine nelle forme totalitarie, accentratrici e burocratiche.

In una intervista con L’Italia del Popolo (Parigi, 20 luglio ’29) il prof. Salvemini dichiarava:

«Non i soli comunisti, ma anche parecchi socialisti e repubblicani mi sembra nascondano nel fondo del loro cuore una viva simpatia per il sindacalismo fascista. Ciò che essi detestano in esso non è la mancanza di libertà, ma solo il fatto che la libertà vi sia confiscata a profitto del partito fascista anziché a profitto dei loro partiti. Se si mettessero al posto dei ventimila segretari fascisti ventimila segretari comunisti, socialisti o repubblicani, il sindacalismo fascista diventerebbe sacro e inviolabile. Beninteso per il solo partito che riuscisse a controllarlo». 

Se si pensa che i sindacati dell’URSS non sono che delle corporazioni statali, ossia organi di controllo politico per eccellenza; che il partito repubblicano ha incluso l'idea di sindacato unico tra i suoi principali punti programmatici; che in seno alla socialdemocrazia vi è un’aperta simpatia per l'economia organizzata alla Roosevelt, si è costretti a rimanere diffidenti di fronte al diluvio di esecrazioni del corporativismo fascista”.

 

 

 

"Significativo, a questo riguardo, è il modo in cui impostava il problema sindacale Alceste De Ambris, nei Problemi della rivoluzione italiana del settembre 1931: 

«Il sindacato operaio sarà libero o vincolato? Il fascismo ha imposto un’organizzazione corporativa. La rifiutiamo in blocco? Si crede che sia possibile di ritornare puramente e semplicemente allo statu quo ante, o ammettiamo che di quell'organizzazione si possa utilizzare qualche elemento? Ma in tal caso, come armonizzeremo i doveri del lavoratore sindacato con il diritti dell'uomo libero?»  

De Ambris si limitava a formulare dei quesiti, ma, anche senza fare della psicoanalisi, è evidente che il modo della loro formulazione era il riflesso dell'idea: il corporativismo ha qualche cosa di buono. Opinione, questa, che è stata esplicitamente enunciata all'ultimo congresso SFIO dal deputato socialista Montagnon e dal deputato socialista Dèat. Il primo ha detto:

«Il capitalismo muore. Secondo le nostre formule noi dovremmo essere felici di questo crollo del capitalismo, della rovina di questo sistema, che noi condanniamo tutti i giorni. Invece non siamo felici, siamo inquieti... ». 

Inquieti perché il capitalismo crolla «prima che la sua evoluzione sia completamente terminata», sì che dalle sue rovine «non potrà sorgere il socialismo, ma il caos», dato che «non crediamo nelle capacità del proletariato al potere di assicurare al paese una vita per lo meno uguale a quella che c'era prima». Soluzione? Un «regime di transizione» che non sarà né capitalista né socialista e che avrà come base «l'ordine, l'autorità e la nazione». Parlando del fascismo italiano, Montagnon ha detto: 

«Avete mai studiato completamente, freddamente questo genere di corporativismo sviluppato che sembra corrispondere, d'altronde, ad una evoluzione attuale generale?». 

Dèat ha precisato che il regime corporativo è un sistema intermedio tra il capitalismo e il socialismo, dicendo: 

«Blum ha detto: ci possono essere nella storia dei periodi di transizione, delle forme intermedie di società. Queste forme intermedie, voi non vi siete sbagliati, sono appunto le forme fasciste. E Blum ha riconosciuto esplicitamente che in queste forme fasciste, c'era già una trasformazione, probabilmente necessaria, del capitalismo stesso prima che si possa arrivare ad una fase veramente socialista della produzione e della ripartizione». 

Il socialista Max Bonnafous, commentando quei discorsi, parlava dello «stato corporativo» come di una terra inesplorata che i socialisti francesi dovrebbero scoprire e fare propria”.

 

 

 

"Che i socialisti francesi non abbiano capito niente del fascismo italiano spiega un po’ questi atteggiamenti, ma è certo che l'idea del corporativismo come «forma intermedia» preparante il passaggio dal capitalismo al socialismo di Stato, è prevalsa nell'ultima conferenza della Seconda Internazionale.

La critica comunista fonde, tendenziosamente, il corporativismo fascista con quello socialdemocratico, ma è evidente che una profonda divergenza tra i due corporativismi non è visibile, dato che tanto l'uno che l'altro partono da due idee centrali: necessità di un preminente intervento statale per l'organizzazione della vita economica in piano nazionale; funzione di composizione di interessi contrastanti affidata allo Stato". 

 

 

"Luigi Fabbri, in un suo ottimo articolo (Studi Sociali, 4.12.1933) rileva che Arturo Labriola ha, in un suo recente articolo, identificato il socialismo con l’economia organizzata «alla quale si riduce (secondo Labriola) il corporativismo fascista, la autarchia nazional-socialista, la industria controllata di Roosevelt» e spiega che il socialismo vero è... l'anarchismo. Anarchico, sono pienamente concorde con Fabbri. 

Ma è un fatto che la tradizione dei partiti che si sono chiamati gli si chiamano socialisti è una tradizione statolatra. L'economia organizzata è il feticcio di tutti i partiti socialisti. Un appello alla collaborazione di tutte le classi e un richiamo all'economia organizzata degli Stati Uniti, della Russia, dell'Italia e della Germania è stato approvato all'ultimo congresso del Partito Operaio Belga, su relazione di Henri De Man. Il feticcio dello Stato è piantato nel centro della socialdemocrazia. Non vi è uno «scandalo Labriola», né uno «scandalo Rosselli», come non vi è uno «scandalo Bergamo». 

Vi è un unico fatto scandaloso: il feticismo statolatra. 

Quello che accade ora nel campo degli intellettuali socialisti è una piccola crisi. Ne vedremo di peggio e di tutti i colori; specie se il corporativismo fascista sarà trascinato dai miti che sta creando e dal disfacimento capitalistico sui binari del socialismo di Stato. È questa una segreta speranza di molti che gridano al... trucco mussoliniano".