Fernanda Pivano

Beat America '50

intervista a cura di Lorenzo Acquaviva
 

Lorenzo Acquaviva (LA): Qual'è stato il reale impatto del movimento beat sui giovani americani degli anni '50?

Fernanda Pivano (FP): E' stato un impatto colossale, limitato tuttavia ad un primo momento, a frange minoritarie. Perché la generazione degli anni '50, quella che è stata chiamata la "generazione silenziosa", la generazione che non parla, non vede e non sente, era la generazione di un'amministrazione come quella di Eisenhower che non era stata in grado di limitare o quanto meno attenuare l'enorme impatto che aveva avuto Joseph McCarthy nella costituzione di un neofascismo strisciante grazie alle famose interviste concesse alla televisione. In questa storia l'America è stata molto saggia perché - come mi diceva il senatore Paul Douglas - è riuscita ad assorbire questo fenomeno senza ricorrere a modi cruenti, in tempo utile. E io ho avuto lo straordinario privilegio di assistere all'ultima volta che McCarthy è andato al ristorante del Senato nel '56. Douglas mi aveva invitata proprio lì a colazione dove, a un certo punto, si è affacciato sulla porta questo omone grande e grosso con un garofano all'occhiello, come usano fare i cattolici americani nel giorno di St. Patrick.

Accompagnato da due guardie del corpo, McCarthy è entrato e tutte le persone che si trovavano nello sterminato salone del ristorante sono rimaste ammutolite. Paul Douglas mi ha fatto segno, così, di stare zitta, e siamo stati tutti immobili e senza fiatare fino a quando lui ha attraversato il salone e si è seduto al suo tavolo con le sue guardie del corpo. Subito dopo tutti quanti hanno ricominciato a chiacchierare e Douglas mi ha detto: "Vedi, noi ora gli stiamo facendo sabotaggio, e con questo sabotaggio noi lo espelleremo dal senato". Poi ha proseguito: "questa è una lezione della democrazia americana perché noi siamo riusciti ad eliminare questa persona senza spargimento di sangue", e questa è una cosa che io ho proprio recepito.
Poi avrebbero dovuto fare la stessa cosa con il Vietnam, ma lei mi sta chiedendo degli anni '50. Comunque in questa situazione si è formata questa frangia minoritaria di giovani che, nata per reagire all'amministrazione di Eisenhower, ha formulato una serie di pensieri coi quali si è raccolta come gruppo. I pensieri erano liberazione omosessuale e liberazione sessuale in genere perché regnava una grande apprensione, naturalmente, mentre si stava formando il neofascismo e si può capire che genere di repressione esisteva in quel momento. Le richieste, ovviamente, riguardavano anche la liberazione femminile perché è lì che è nato il movimento della liberazione delle donne...

LA: Anche se poi Joyce Johnson ha scritto un libro intitolato "Minor Characters", con ciò significando che le donne sono state dei personaggi minori nella cultura beat, che hanno avuto spesso la funzione di mogli o fidanzate che aspettavano i propri uomini in casa; lei forse è stata una privilegiata in mezzo a tutti questi uomini.

FP:  Si, si, certo, però sono stati loro che le hanno liberate; la liberazione femminile è cominciata da lì. Poi c'è stata la liberazione razziale, nel senso che loro sognavano che finisse la segregazione razziale che negli anni '50 era molto forte e che qualsiasi cosa se ne dica è ancora molto forte oggi, perché loro sono sempre lì a giocare ai bianchi e neri, insomma. Poi esisteva una forte spinta verso l'ecologia, perché l'ecologia è incominciata allora. Noi avevamo dei giornalini underground, così li chiamavamo, e uno di questi aveva come titolo una "E", che voleva dire ecologia; ed è stato Gary Snyder che ha cominciato a creare una coscienza ecologista. Poi, naturalmente, c'era una forte spinta antiatomica. E' l'unica di tutte queste cose che ha avuto veramente una risposta, perché oramai tutti se ne fregavano e se ne fregano, oltre a quella di suscitare l'interesse verso le religioni orientali perché in queste - contrariamente a quel che avviene nel sistema giudaico cristiano, dove esiste il senso del giudizio e della punizione - ognuno si regola sulla sua coscienza cercando, senza violenza e senza sovrapporsi agli altri, di raggiungere le sue finalità. In questa situazione i ragazzi si sono trovati a dover scegliere e lentamente, molto lentamente, una frangia minoritaria, costituita da una trentina di persone, è diventata una frangia ben più consistente che si è sparsa capillarmente da New York agli altri stati.

LA: Quindi non moda, non sandali, barbe, capelli più o meno o lunghi, c'era una coscienza nei giovani di appartenere ad una generazione in trasformazione.

FP: Ma certo, certo, quella storia dei sandali è un affare borghese che è venuto fuori quando i mercanti hanno messo nelle vetrine della Fifth Avenue la scritta: "Jeans usati da un vero beat".

LA: Quindi possiamo parlare, signora Pivano, di movimento beat? Voglio dire: l'atteggiamento degli stessi esponenti beat spesso è stato di critica nei confronti di una categorizzazione. Ricordo ad esempio che il titolo suggerito dallo stesso Ginsberg per la famosa introduzione a "Jukebox all'idrogeno" è: "Un poeta non soltanto un minestrone beat". Quindi possiamo parlare di movimento beat?

FP: Ad un certo momento sì, si è potuto parlare di un movimento beat, da principio non era un movimento ma solo dei ragazzi che avevano delle idee comuni e che si riunivano, si sedevano per terra in un luogo isolato per non disturbare nessuno, a gambe incrociate, a fumare un joint, perché allora non si chiamava ancora spinello, dividendoselo magari tra dieci o dodici persone. E ciò non era per ubriacarsi o per drogarsi ma era per fumare una specie di pipa della pace, come avevano fatto a loro tempo gli indiani, cosa che poi ha preso altre vie, altri canali. Questa nostra illusione è durata fin quando non sono intervenuti i mercanti della droga, perché prima la droga era un puro simbolo. La droga era come l'alcool negli anni '20, quando non si poteva sopportare la repressione del proibizionismo e per reagire a ciò loro bevevano, con il risultato che al momento in cui il proibizionismo è finito si sono ritrovati alcolizzati. Con la marijuana invece ciò non si verifica, perché non dà questa assuefazione, sicchè‚ ad un certo punto, quando è cominciato il commercio della droga vera (come i derivati degli oppiacei, come l'eroina, la cocaina e tutte queste cose terribili) hanno smesso di fumare marijuana perché poteva essere frainteso.

LA: Signora Pivano possiamo considerare i beats una sottocultura, visto che la controcultura emergerà decisamente negli anni '60, direttamente influenzata dal fenomeno beat e caratterizzata da una coesione, da una consapevolezza politica che i beats non avevamo o non volevamo avere, oppure una via intermedia, né sottocultura, né controcultura?

FP: La controcultura è venuta più tardi: all'inizio era una sottocultura perché era una cultura costituita da giovani che lasciavano l'università, che rifiutavano l'insegnamento universitario e facevano le università libere, come le chiamavano, dove insegnavano gli argomenti che interessavano i giovani.

LA: Il Black Mountain College?

FP: No, la Black Mountain era una comune università, dove sono nate le forme d'arte moderna, dove è nata Merce Cunningham, dove è nato John Cage, ed era soprattutto una università di avanguardia, di totale avanguardia, dove hanno dato luogo al primo happening; l'hanno svolto lì perché lì si trovavano tutti questi artisti che non volevano sottostare alla regola conformista dell'accademismo e hanno fatto un loro accademismo.

LA: Lei quindi dice che è una sottocultura, però una sottocultura presuppone una accettazione sociale che il movimento beat non aveva, quindi forse neanche sottocultura. Cosa ne pensa?

FP: No, era una sottocultura nel senso che rifiutava la cultura universitaria perché era una cultura a sé stante; la controcultura invece è venuta anni dopo quando sono incominciati i movimenti rivoluzionari, allora quella si è chiamata controcultura.

LA: Con Mario Savio nel '63 a Berkeley, c’è l'inizio di una consapevolezza...

FP: Si, Mario Savio è stato quello che ha dato inizio al movimento studentesco di tutto il mondo, poi è finito facendo il barista, questo per dire che era una persona onesta, che non voleva guadagnare soldi.